"Alle origini della traduzione di poesia: la bilingue assiro-aramaica
di Tell Fekheriye"
in: Franco Buffoni (a cura di), La traduzione del testo poetico,
Milano 1989, 457-465
ALLE ORIGINI DELLA TRADUZIONE DI POESIA:
LA BILINGUE ASSIRO-ARAMAICA
DI TELL FEKHERIYE
Vermondo Brugnatelli (Bergamo)
“O Osiride che danzi stancamente
sul fiore del loto,
seguita(*)
dall'Ibis, uccello a te sacro,
io t'offro la spiga del grano
e sette piccoli fagiuoli di fresco
sgranati,
acciocché tu tenga lontano da
me il serpente dell'invidia...” (1)
E' così che si potrebbe presentare, secondo Achille
Campanile, un “brano di sublime poesia” contenuto in un papiro egizio vecchio
di 4000 anni e “ridato all'ammirazione degli uomini” dopo lustri di profondi
studi da parte di un grande egittologo.
Agli effetti umoristici suscitati dal paradosso di
una “scrittura ideografica” difficile da scrivere per chi non sia portato
al disegno e da interpretarsi per chi la deve poi leggere (2), il massimo
umorista italiano aggiunge qui una bonaria presa in giro dei risultati degli
sforzi degli studiosi che con lunghi anni di studio cercano di interpretare
i resti scritti di culture e di società la cui estrema lontananza
da noi nel tempo ce le rende quasi totalmente estranee per lingua, cultura,
credenze religiose e tradizioni.
Ora, se da una parte è vero che l'odierna scienza
dei linguisti e filologi delle lingue del Vicino Oriente antico ha da tempo
superato le interpretazioni estemporanee di un Athanasius Kircher (salvo
casi di eccezionale difficoltà le interpretazioni si avvicinano a
qualcosa di unanimemente riconosciuto), d'altra parte è pur sempre
vero che è tuttora ben difficile cogliere il senso del “poetico” presente
nelle composizioni letterarie di queste antiche lingue, col risultato che
le rese in lingue moderne non di rado si avvicinano agli effetti grotteschi
di questo testo insulso in cui i preziosismi dei “fagiuoli” e degli “acciocché”
soli dovrebbero far capire che di poesia si tratta.
Già i metri, le rime, le assonanze sono spesso
poco accessibili alla nostra interpretazione, e a parte ciò, tutto
quello che possiamo recuperare, per l'appunto grazie al paziente e polveroso
lavoro dei filologi è, qua e là, il significato velato di qualche
allusione a culti, credenze, opere letterarie coeve od anteriori.
Per fare un esempio, vi è un intero poemetto accadico
di un centinaio di versi dedicato alla zappa che riuscirebbe del tutto incomprensibile
ad un pubblico che non fosse a conoscenza del contesto religioso-culturale
dell'antica Mesopotamia e che non avesse nozioni né di antico babilonese
né di sumerico. Infatti, ivi, da una parte la zappa svolge
un ruolo importante nell' illustrare l'uso che ne fecero varie divinità,
inserendosi così in un ben preciso filone letterario-religioso, dall'altra
parte, però, essa funge sostanzialmente da pretesto per una serie
di «giochi di parole» con termini sumerici, accadici o di altre
lingue ancora. Da qui momenti «lirici» del tipo “per la
terra è una zappa/ nel canneto è un cane / nella selva un drago” (3)
e via di questo passo, con un effetto, per il lettore moderno, non dissimile
da quello suscitato dal brano di Osiride testé citato. E d'altro
canto sarebbe altrettanto errato, in quanto troppo riduttivo, anche
classificare quest'opera come semplice “poesia basata su assonanze in al
” (4)
(quasi una sorta di lamiyyah araba avanti lettera). Con
ciò si trascurerebbe l'innegabile valore poetico delle espressioni
di elogio alle divinità “dalla zappa” tra cui spicca Enlil, che ha
diviso cielo e terra servendosi di una zappa e che con essa ha poi creato
gli uomini.
Proprio da questo sono animate, in larga parte, le composizioni
poetiche del Vicino Oriente antico: un aspetto contenutistico, attento alla
trasmissione di un messaggio (solitamente di carattere religioso-sacrale)
ed un aspetto estetico, teso alla ricerca di caratteristiche formali elaborate
(5).
Se queste opere dell'Antichità non sembrano conoscere ancora nulla
di confrontabile con precisione al nostro “verso”, unità modulare
dotata di determinate caratteristiche formali standardizzate (numero, lunghezza
e posizione delle sillabe e degli accenti), non possiamo certo parlare di
“rozzezza” delle composizioni stesse. Esse raggiungono anzi rari livelli
di raffinatezza formale, come nel caso dei poemi acrostici, in cui le iniziali
di ogni verso compongono la serie delle lettere dell'alfabeto (6)
o veri e propri testi come il nome e la posizione dell'autore nella società
del suo tempo. (7) Sta di fatto che gran parte
dei canoni formali delle antiche culture sfuggono a descrizioni precise,
complice anche la conoscenza, forzatamente sempre meno approfondita tanto
più si procede a ritroso nel tempo, della distribuzione di toni e
accenti nelle parole isolate e nella frase per le lingue oggi estinte in
cui le composizioni venivano concepite.(8)
Alle poche conoscenze sicure sul piano formale si aggiunge
un'oscurità pressoché totale sul contesto “antropologico” delle
composizioni poetiche: chi erano i compositori (9), per chi
erano composti i testi (committenza e pubblico al quale erano destinati),
in quali occasioni e in quali condizioni essi venivano recitati o cantati
(10),
quali “gusti” e “mode letterarie” erano prevalenti all'epoca della composizione
(anch'essa, peraltro, raramente determinabile con certezza), quali criteri
determinavano la conservazione, messa per iscritto, copiatura e diffusione
materiale dei testi stessi. Solo condizioni eccezionali ci permettono
di ottenere informazioni su questi aspetti, di importanza tutt'altro che
secondaria per la formazione di un giudizio sulla poesia in quanto fatto
eminentemente “dinamico” e indissolubile da un contesto storico ben preciso
(come ampiamente esposto nelle relazioni della prima giornata di questo Convegno).
Queste premesse sono poco incoraggianti, ma indispensabili
per il riconoscimento dell'effettiva situazione degli strumenti interpretativi
a nostra disposizione e della larga parte che tuttora spetta necessariamente
alle ipotesi in mancanza di fondamenta sicure e inoppugnabili. Se passiamo
poi dal problema dell'interpretazione (e della resa) moderna degli antichi
testi poetici a quello della valutazione delle traduzioni letterarie antiche,
molte ulteriori incognite si vengono ad aggiungere. Oltre al fatto
che è ben raro il caso in cui si conoscano un sicuro originale ed
una sicura traduzione “diretta” (e non mediata attraverso versioni ignote)
di un testo sicuramente considerato “poetico” in ambedue le lingue, dovremo
anche tenere conto, da un punto di vista “tecnico”, di una conoscenza spesso
ineguale delle due lingue e delle rispettive tradizioni poetiche, e, da un
punto di vista “antropologico”, del fatto che solitamente ignoriamo i motivi
che hanno dato luogo alla scelta del testo da tradurre, a chi erano destinate
tali traduzioni, chi le eseguiva, quale fosse il suo grado di competenza
delle due lingue (e delle rispettive tradizioni letterarie), e via di questo
passo.
La mancanza di così numerosi dati non può
che dar luogo ad analisi parziali e provvisorie, e nella mia esposizione
odierna mi limiterò ad alcune considerazioni generali a proposito
del testo ricordato nel titolo, la bilingue assiro-aramaica di Tell Fekheriye,
pubblicata nel 1982, (11) fortunato caso di testo nella considerazione
del quale ci si possa muovere su di un terreno non del tutto ipotetico.
Una prima considerazione è che, ovviamente, l'esigenza
di una traduzione implica il fatto che due culture entrino a contatto.
Ciò vale anche ai giorni nostri, ma tanto più doveva essere
valido nell'antichità, quando le composizioni poetiche sembrano avere
avuto una forte valenza collettiva ed essere assai meno legate all'espressione
di singole individualità. Le traduzioni saranno dunque
state indice di profonda commistione culturale di estese porzioni di società
e non potevano darsi per semplice apertura di un individuo o di una ristretta
élite a culture per il resto estranee.(12)
Per venire all'iscrizione di Tell Fekheriye, si può
osservare come per più versi essa presenti aspetti di estremo interesse.
Anzitutto, l'estrema antichità (la maggioranza degli studiosi concordano
nel collocarla intorno alla metà del IX sec. a.C.(13) ) ne fa
una delle più antiche iscrizioni in aramaico conosciute e in assoluto
la più antica bilingue aramaico-assira (14).
Inoltre la sua inconsueta estensione (23 ll. in aramaico; 38 ll. in cuneiforme)
ne consente un'analisi sia linguistica che stilistica relativamente approfondita.(15)
Pur in queste condizioni incoraggianti, non vanno comunque
dimenticati gli ostacoli, tanto più gravi per chi ambisca ad analisi
stilistiche, rappresentati dallo stato ben diverso delle conoscenze attuali
circa le composizioni letterarie del tempo in aramaico ed in accadico.
Mentre lo svolgimento della letteratura mesopotamica ci è noto in
gran parte già a partire dal terzo millennio, per le letterature semitiche
nordoccidentali con gli inizi del primo millennio siamo ancora alle primissime
attestazioni, ancora affatto episodiche e tali da indurre una necessaria
cautela prima di qualunque conclusione. Inoltre, anche per questo testo
nonostante fattori interni ed esterni permettano di avanzare ipotesi plausibili
circa la situazione che diede luogo alla composizione, manca la certezza
su punti di notevole peso nella formulazione di un giudizio sulle traduzioni
di testi letterari agli inizi del primo millennio a.C.
Se la persona di cui si parla nell'iscrizione è
indubbiamente Hadd-yit'î, detentore del potere a Guzan (Tell
Halaf) e nei territori vicini, che ha dedicato al dio Hadad di Sikan (l'odierna
Tell Fekheriye) la statua recante l'iscrizione stessa, incerta è la
sua carica (mlk “re” nel testo aramaico; shakin ma:ti
“governatore” nella versione assira) e il reale evento che fu all'origine
della composizione di questo testo (racchiusa in una crux del testo,
che vede in ambedue le lingue impiegati degli hapax dall'incerto significato(16)
).
Quanto all'estensore materiale della traduzione, noi ignoriamo
chi fosse (probabilmente un apposito funzionario, difficilmente lo stesso
Hadd-yit'î), ma, come vedremo più estesamente tra poco,
si può pensare, sulla base di dati linguistici, che la sua lingua
madre fosse l'assiro. Che lingua effettivamente parlasse Hadd-yit'î
non ci è dato ovviamente di sapere, anche se la forma del suo nome
è indubitabilmente aramaica (ma quanti italiani hanno nomi di origine
semitica, Giovanni, Davide, ecc., pur non parlando ebraico?). Certo,
se, come sembra, la sua sovranità era limitata ed egli agiva, in qualità
di dinasta locale, alle dipendenze dei re d'Assiria, sarà stato per
lui necessario conoscere (anche) la lingua di questo paese. E comunque,
verisimilmente si sarà servito di funzionari formatisi in scuole a
prevalente cultura assira, dal momento che la lingua di comunicazione col
centro non poteva che essere l'assiro. Anche nella nostra statua alla
versione assira è riservata la parte più estesa e visibile,
mentre il testo aramaico è palesemente aggiunto sul retro in un secondo
momento, tanto che le ultime righe fuoriescono dai margini per evidente mancanza
di spazio.
L'approfondita analisi di Fales, (17)
che ha puntualmente analizzato la situazione della stesura in due momenti
diversi del testo, ha individuato quattro sottosezioni in corrispondenza
delle due versioni del testo-base (assiro A: ll. 1-18; aram. A: ll.1-12)
e del suo «aggiornamento» (assiro B: ll. 19-38; aram. B: metà
della l. 1 e ll. 12-23). La parte che meglio si lascia inquadrare da
un punto di vista linguistico e stilistico è quella assira A, in cui
sono chiaramente riconoscibili canoni formali e contenutistici tipici delle
iscrizioni reali assire, (18) ed è redatta nella lingua
letteraria babilonese standard. La sezione assira B presenta invece
forti influssi dialettali tipicamente neo-assiri e, se si eccettua la maledizione
finale, non sembra affetta da pretese letterarie di alcun tipo.(19)
Più ipotetica la situazione della versione aramaica: data la scarsità
di conoscenze delle composizioni letterarie aramaiche in queste epoche, è
solo per via indiziaria e limitandosi a (pochi) aspetti linguistici che si
possono trarre conclusioni, molto sinteticamente riassumibili in una situazione
analoga a quella assira: parte A più aderente all'“Early Standard
Aramaic” (o aramaico monumentale); parte B più incline ad esprimere
tratti dialettali (aramaico di Mesopotamia).(20)
Indipendentemente dall'adesione più o meno totale
a questa analisi, quello che più conta qui è cercare di scoprire
i procedimenti seguiti da chi ha prodotto i testi nelle due lingue.
Se nessuno contesta sul piano generale della composizione l'evidente «cucitura»
di una prima parte, probabilmente ripresa da una statua collocata nella città
capoluogo di Guzan, e di una seconda, composta per l'occasione (con la conseguente
esistenza di due probabili estensori del testo assiro), nessuno ha fin qui
posto esplicitamente il problema del numero dei traduttori. Sulla
scorta dell' analisi linguistico-stilistica da lui condotta, Fales propugna
l'idea che le due parti abbiano ciascuna una storia a sé, dal momento
che il traduttore della parte A avrebbe tradotto pedissequamente e con effetti
talvolta «maccheronici» un preesistente testo accadico, mentre
per il testo B si potrebbero individuare influssi vicendevoli tra aramaico
e assiro, il che comporterebbe, se capisco bene, non tanto un testo-base
tradotto in un secondo momento, quanto un testo redatto in ambedue le lingue
simultaneamente ad opera di un bilingue.(21)
Certezze in proposito saranno difficilmente raggiungibili,
ed è già molto poter rilevare, per la sola esistenza di questo
testo bilingue, quanto fosse già avanzato, nel nono secolo, quel fenomeno
culturale, gravido di conseguenze soprattutto nei secoli successivi, che
si suole oggi qualificare come simbiosi assiro-aramaica (22).
Personalmente, sono però propenso a ritenere che traduzione vi fu
per tutta la lunghezza del testo (23), e ciò sulla base di diversi
motivi, che non è qui il caso di esaminare nel dettaglio. Sta
di fatto che le divergenze tra aramaico A e B sono veramente minime, e possono
essere per lo più imputabili all'accidentale presenza o assenza in
A o in B di costruzioni in cui sia possibile rilevare determinati fenomeni
grammaticali.(24)
La preponderanza dell'accadico sull'aramaico è palese in tutto il
corso dell'iscrizione, con prestiti lessicali e costrutti ricalcati sulla
versione assira, oltre ad una maggiore proprietà e concisione del
lessico nella versione assira cui si contrappongono frequenti circonlocuzioni
in aramaico, tipiche strategie perifrastiche analitiche per produrre un testo
in L2 (per esempio: assiro: “che gli spigolatori
spigolino” vs. aramaico: “che i suoi uomini spigolino dell'orzo
per mangiare”). Quello che induce a postulare un'indipendenza
compositiva di B si riduce sostanzialmente alla presenza di un tema ritenuto
genuinamente aramaico in alcune delle maledizioni di questa parte, che richiamano
assai da vicino quelle delle iscrizioni aramaiche di Sefire e trovano invece
pochi riscontri nella letteratura mesopotamica.(25)
Vi è tuttavia una circostanza che a mio avviso è decisiva per
far ritenere che anche questo tema non sia stato in questo caso introdotto
autonomamente da un bilingue impregnato di ambedue le culture, ma anzi che
vi sia stato pure qui un lavoro di traduzione, oltretutto non particolarmente
brillante. A differenza del testo delle maledizioni di Sefire, le nutrici
(o mucche, pecore, ecc.) che cercano, senza successo, di allattare
un piccolo non sono sette, bensì 100. Questa differenza, a prima
vista di poco momento, visto il carattere simbolico di ambedue i numeri,
è invece importante alla luce del lessico semitico: nelle composizioni
letterarie semitiche nordoccidentali assai più che in quelle accadiche
il sette viene associato alla fertilità ed all'abbondanza in seguito
all'omofonia della radice di “sette” con quella di “saziare”(shb'
), omofonia che è invece assente in accadico.(26)
É quindi una specie di gioco di parole allitterativo che dà
luogo, a Sefire, a formule del tipo w shb' X yhynqn
Y w'l yshb' “e che 7 X allattino un Y e questi non
si sazi”. E' chiaro che uno scriba mesopotamico non avrebbe potuto
fare altrettanto nella propria lingua, col che veniva a cadere la ragione
di impiegare il numero sette, ed anzi si imponeva, qualora si fosse voluto
ricorrere a maledizioni simili, l'uso di cifre più elevate, come,
in questo caso, cento. A rafforzare l'ipotesi che la redazione del
testo e relativa traduzione non siano opera di persona di madrelingua aramaica
o perfettamente bilingue, noi vediamo che a Tell Fekheriye la radice verbale
usata per “saziarsi” non è shb' bensì
rwy .
Sulla base di quanto si è visto si deve dunque
concludere che il testo di questa iscrizione, concepito in un accadico non
alieno da pretese stilistiche, è stato poi tradotto in aramaico in
modo tutto sommato scolastico e privo di apprezzabile originalità
ad opera di uno scriba verosimilmente di estrazione mesopotamica. Curiosamente,
però, proprio mentre sembra di dover trarre da ciò conclusioni
alquanto pessimistiche sullo stato delle interrelazioni culturali assiro-aramaiche
all'epoca della nostra iscrizione, una riflessione più meditata sul
reale significato della sostituzione delle formule di maledizione permette
di immaginare una situazione più viva e dinamica. Se lo scriba
di provincia che ha composto la seconda parte dell'iscrizione ha potuto attingere
ad una tradizione formulare di origine aramea senza neppure sospettarne la
vera provenienza, ciò vuole dire che elementi di questa cultura erano
già da tempo presenti, elaborati ed incorporati nella tradizione letteraria
neo-assira. Abbiamo quindi una testimonianza indiretta di quanto profondo
ed avanzato dovesse già essere quel processo di integrazione culturale
che abbiamo sopra ricordato come simbiosi assiro-aramaica.
NOTE
(*) sic.
(1) Achille Campanile,
In campagna è un'altra cosa (C'è più gusto) ,
Milano 1984 pp. 177-178 (cap.XIV).
(2) Il testo in
questione sarebbe infatti stato un tentativo maldestro, da parte del cattivo
disegnatore Ramesse, di esternare alla figlia di Psammetico il proprio amore,
venendo frainteso prima dalla sua bella e secoli dopo da un egittologo.
(3) Reallexikon
der Assyriologie, Berlin-New York 1972-75, 4. vol., pp. 36-37.
(4) Allu
(accadico), AL (sumerico) è infatti il nome della zappa.
(5) In generale,
si può estendere grosso modo a tutto il Vicino Oriente antico l'osservazione
di S.Segert [«Phonological and Syntactic Structuring Principles in
Northwest Semitic Verse Systems», in H. Jungraithmayr-W.W.Müller
(eds.) Proc. 4th International Hamito-Semitic Congress, Amsterdam
1987, pp. 543-557] , che «the oldest Northwest Semitic poetry was based
on close connection of syntactic structures and semantic correspondences»
(p. 544).
(6) Tipico il caso
dei cosiddetti «salmi alfabetici», come il 25, il 34 o il 119.
(7) P. es.: «Saggil-kinam-ubbib,
sacerdote degli incantesimi di Babilonia» Cf. «The Babylonian
Theodicy», in W.G. Lambert, Babylonian Wisdom Literature, Oxford
1960, pp. 63 ss.
(8) Si vedano al
riguardo le penetranti osservazioni che, a proposito anche delle lingue “classiche”,
W. von Soden premette al suo autorevole saggio “Untersuchungen zur babylonischen
Metrik (Teil I)”, ZA 71/2 (1982), 161-204, in partic. 163-8.
(9) A parte casi
come quello sopra citato in cui i dati sul compositore sono forniti acrosticamente,
è ben raro che venga tramandato un nome di compositore; tutt'al più,
come nel caso dei Salmi, capita che si attribuiscano in blocco testi radunati
in un corpus di origine incerta ad una personalità di
spicco del passato (già “mitico”).
(10) Si vedano,
p.es., in von Soden, op. cit., p.165, i problemi connessi con l'interpretazione
del verbo accadico zamaru “(be)singen”.
(11) Tralasciando
brevi resoconti più o meno parziali degli anni immediatamente precedenti,
l'editio princeps completa è: Ali Abou Assaf, Pierre
Bordreuil, Alan R. Millard, La statue de Tell Fekheriye et son inscription
bilingue assyro-araméenne, Paris 1982.
(12) L'esempio
forse più vistoso nell'antichità è quella affascinante
e per molti versi ancora oscura mescolanza tra elemento semitico e sostrato
sumerico che diede vita alla cultura mesopotamica, in cui una lingua semitica
veicolava numerosissimi elementi di altra origine, in primo luogo nell'ambito
religioso. Tanto era estesa questa commistione che a tutt'oggi
risulta ben difficile, se non impossibile, seguire nei dettagli le vicende
che accompagnarono le innumerevoli traduzioni certe o, spesso, probabili,
di testi religiosi dal sumerico (a partire dal terzo millennio non più
parlato ma ancora usato nei rituali religiosi) in accadico.
(13) Questa
datazione, proposta già dagli editori, pp. 98-102 e 112, non viene
di fatto respinta da alcuno dei numerosi autori che fino ad oggi se ne sono
occupati. Le divergenze maggiori consistono nell'innalzare od abbassare
di qualche decennio tale data.
(14) Cfr.
F.M. Fales, “Le double bilinguisme de la statue de Tell Fekherye”, Syria
60/2-3 (1983), 233-250, nota 5.
(15) Dal
punto di vista dell'analisi stilistica, già gli editori avevano potuto
individuare l'esistenza di due nuclei principali dell'iscrizione, dovuti
probabilmente all'«aggiornamento» di una vecchia iscrizione all'atto
della composizione di una seconda dedica da incidere su di una nuova statua.
Tale analisi, puntualizzata anche da diversi contributi ulteriori, è
stata approfondita nel modo più sistematico dallo studio citato di
F.M. Fales
(16) In
assiro abbiamo (l. 21) ana tiris' kussi-shu , cioè
“per il tiris' (nome verbale da taras'u, ‘portare avanti’)
del suo trono”. E un uso di tale verbo insieme a “trono” era fin qui
attestato solo nel senso materiale dello spostamento di un mobile, mentre
qui si impone un valore simbolico, di estensione di sovranità o sim.
L'aramaico presenta una situazione ancora più complicata, in cui si
innesta un'ambiguità di lettura: l'rmwd/rdt , con la prima
d che presenta un tratto supplementare, non si sa bene se intenzionale
o accidentale, che potrebbe far pensare ad una r. Qui le interpretazioni
sono molteplici, come ad esempio:“pour l'exaltation (?) et la perpétuation
de son trône” degli editori; “in order to set aright the foundation(?)
of his throne” (Kaufman); “for establishing ... his throne” (Greenfield e
Shaffer);“for the ??? and dominion (?) of his throne” (Gropp e Lewis); “damit
sich sein Thron weit erstrecke” (Berger e von Soden); “pour la levée
de la vassalité de son trône” (Fales), per non parlare di quanti
non avanzano neppure un tentativo di interpretazione.
(17) Op.
cit.
(18) Oltre
alla ripetizione di formule di elogio della divinità ben note da numerosi
altri esempi coevi, si riscontrano anche strutture prosodiche come i parallelismi
e il cosiddetto principio ebbu-ellu namru (collocazione
di epiteti coordinati in ordine di lunghezza crescente). V. Fales,
op.cit., 238.
(19) Ibid.,
238-9. Si badi comunque che, se è vero che nelle ll. 27-30 “un
éventuel parallélisme est délibérément
annulé par la presence du signe «idem » au lieu
d'une répétition explicite”, la nostra mancanza di conoscenza
del modo in cui venivano concretamente letti (o cantati) i testi non ci permette
di affermare con sicurezza che là dove troviamo il segno KI.MIN andasse
letto qualcosa come il nostro «idem » e non si procedesse invece
ad una recitazione esplicita della ripetizione (come avviene oggi quando
i testi delle canzoni contengono qualcosa come “ritornello” o “da capo”,
ecc.).
(20) Ibid.,
240-250.
(21) Ibid.,
244-5. In linea di principio, l'ipotesi di Fales sembra potersi conciliare
sia con l'idea di due momenti compositivi del testo aramaico, sia con l'idea
di un testo assiro A tradotto in aramaico dallo stesso estensore dei due
testi B. Le divergenze nell'aramaico sarebbero allora da imputarsi ai condizionamenti
imposti da un testo «da tradurre» per la parte A, mentre la parte
B rifletterebbe una maggiore «libertà» compositiva.
(22) L'estensione
di questo termine, di introduzione recente, ha ricevuto un impulso proprio
in occasione degli approfondimenti filologici delle problematiche dell'iscrizione
di Tell Fekheriye (cfr., in particolare, F.M.Fales, op.cit. , 250,
che propone di utilizzare l'espressione «assiro-aramaico» “pour
indiquer le complexe de phénomènes d'interférence qui
caractérisent les deux langues et cultures en question à l'époque
de leur contact réciproque: un terme donc utilisable en linguistique
aussi bien que dans l'histoire de la culture”).
(23) Essendo
evidentemente impossibile provare quante persone abbiano materialmente lavorato
alle quattro sezioni del testo, ciò che conta è qui appurare
la «situazione» che diede origine ai testi nelle due lingue:
se, cioè vi fu un'unica situazione di traduzione o se vi furono situazioni
diverse, come ad esempio una di traduzione ed una di composizione diretta
nelle due lingue. In linea di massima, già l'inconsueta fedeltà
dei due testi, spesso corrispondenti parola per parola, sembra addirsi maggiormente
ad un'opera di diligente traduzione.
(24) Per
esempio, l'uso di zy in luogo dello stato costrutto in B ma
non in A, (che è il tratto più rilevante) trova riscontri anche
nelle due parti del testo accadico per quanto riguarda la particella genitivale
sha.
(25) Fales,
op. cit. , 249. Particolarmente vivace è
la sottolineatura del carattere nordoccidentale della maledizione ad opera
di S.A Kaufman, “Reflections on the Assyrian-Aramaic Bilingual from Tell
Fakhariyeh”, Maarav 3/2 (1982), 137-175, in partic. p.169.
(26) Su
ciò si veda più diffusamente dello scrivente “Sprachwissenschaftliche
Überlegungen zu einem literarischen Text aus Ebla”, in corso di stampa
negli atti del convegno internazionale Wirtschaft und Gesellschaft von
Ebla, Heidelberg 4-7.11.1986.