"Sulla caduta di t morfologico in camito-semitico"
Atti del Sodalizio Glottologico Milanese 33-34 (1992 e
1993), [1994], 4-12
Sulla caduta di t morfologico
in camito-semitico
(seduta del 13/1/1992)
1. Fonemi morfologici del camito-semitico
Con l'intervento odierno intendo esporre alcune mie recenti
riflessioni su di una problematica emersa nell'ambito delle questioni relative
al genere camito-semitico, quella della consistenza fonetica degli affissi
camito-semitici (in particolare di quelli in dentale), delineata nei suoi
termini fondamentali in alcuni interventi di F. Aspesi (Aspesi 1977b; 1987).
E' risaputo che le lingue camito-semitiche presentano
un patrimonio morfologico comune estremamente ridotto per quanto riguarda
gli affissi, controbilanciato da una netta prevalenza dei procedimenti apofonici.
Sebbene le lingue più recenti mostrino dovunque una tendenza all'estensione
dell'uso degli affissi come strumento morfologico, l'apofonia appare ancora
in via di estensione nelle più antiche fasi delle lingue camito-semitiche
e raggiunge il suo culmine in lingue come l'arabo classico o il geez, che
ne fanno un uso esteso ed esclusivo anche nella formazione di plurali nominali,
mentre le lingue di più antica attestazione (accadico, eblaitico, antico
egiziano), pur servendosene estesamente nella morfologia verbale e nella
derivazione nominale, non conoscono veri plurali fratti e dispongono di un
numero più limitato di forme verbali apofoniche (in particolare, mancano
di forme corrispondenti alla terza forma araba).
All' interno del sistema fonologico camito-semitico,
sembra di potersi individuare una tendenza alla separazione e specializzazione
di due sottosistemi, quello dei fonemi destinati ad un uso morfologico e
quello dei fonemi non morfologici. Di fatto, nella composizione
degli affissi camito-semitici sembrano potersi individuare solo le semivocali
y e w, la sibilante s, l'occlusiva t e
le nasali m e n. (vedi tab. 1)
Tabella 1 : distribuzione
del patrimonio fonologico camito-semitico.
A = fonemi "morfologici" –
B = fonemi non "morfologici"
|
Come si vede, mentre le vocali sono impiegate esclusivamente
in morfologia, le consonanti diverse da y, w, m, n,
s, t lo sono solo nella costituzione del lessico. (1) Utilizzabili
nell'uno e nell'altro campo sono invece y, w, m, n,
s, t. La tendenza prevalente sembra quella verso la specializzazione
per la morfologia di elementi sonantici. In questo quadro, l'occlusiva sorda
t, in quanto più prototipicamente consonantica, rappresenta
un elemento poco congruente col sistema. Non stupisce, quindi, la frequenza
con cui si rileva, nel corso della storia delle lingue camito-semitiche, la
caduta di t "morfologica" (fenomeni analoghi si hanno anche
per s, che peraltro ha una diffusione molto minore nella morfologia).
Essa stessa sembra, in qualche caso, aver preso il posto di altre occlusive,
nel corso di un processo di riduzione del numero di fonemi utilizzati in
morfologia (per esempio, -ta per *-ka alla seconda persona
singolare del perfetto dei verbi).(2)
2. Ambiti della scomparsa di -t :
Sebbene gli esempi più noti e diffusi di caduta
della -t morfologica riguardino i nomi, occorre ricordare che essa ha luogo
anche in altre parti del discorso, come il verbo e il pronome. Comincerò
a passare in rassegna i casi legati a queste ultime parti del discorso, in
quanto meno noti, o comunque non altrettanto estesamente e sistematicamente
indagati.
• VERBI
Una particolarità di alcuni dialetti sudarabici
moderni (socotri e shehri) è quella di non presentare, in alcune categorie
di verbi, il prefisso t- delle seconde persone (m. e f.) e delle terze
persone femminili (sg., du., pl.) nelle due coniugazioni a prefissi. Sebbene
segnalato da tempo, questo fenomeno ha ricevuto solo di recente una descrizione
soddisfacente (Johnstone 1968 e 1975: 19), e non è stato ancora studiato,
a quanto mi consta, nel suo aspetto storico e comparativo. Per quanto riguarda
la sua origine, sembrerebbe possibile attribuirla all'azione di fenomeni
fonetici, connessi, probabilmente, con la costituzione sillabica di tali
verbi. Assente nei normali trilitteri, questo fenomeno si presenta invece
da una parte in verbi concavi e in derivati con vocale lunga dopo la prima
radicale (intensivi-conativi), e dall'altra in radici quadrilittere e in
forme quadrilittere derivate da trilitteri con un affisso (causativi).(3)
Quanto ad eventuali collegamenti con fenomeni analoghi
in altre lingue camito-semitiche, non mi risulta che ne siano mai stati segnalati,
almeno in ambito semitico, il che sembra indicare che si tratti di un'innovazione
di questo gruppo di lingue.
Senza volere a tutti i costi collegare i due fenomeni,
mi limito a segnalare il fatto che una situazione assai simile è riscontrabile,
all'interno dei dialetti berberi, dove «avec les verbes à 2''
*h de la cj.I.A [vale a dire nelle radici "concave"] (…) l'emploi
du préfixe t- est facultatif en tahaggart au parfait (p.ex.
teg'än ou g'än "elle s'accroupit" etc.)» (Prasse
1973: 9). L'assenza del prefisso t- con radici concave è condivisa
anche dal dialetto dell'Adrar degli Ifoghas (Prasse-agg-Albostan 1985: 20),
che la estende anche all'impf. intensivo di tutti i verbi (forma, di norma,
quadrilittera), p.es. lammäd e non telammäd "lei
studia", tiklentif e non tetiklentif "essa sparla". La somiglianza
dei due fenomeni è impressionante, e mi sembra rendere alquanto problematica
la possibilità che si tratti di una coincidenza.
• PRONOMI
Anche in ambito pronominale è dato di osservare
una tendenza alla caduta di t morfologica. Nelle lingue semitiche,
mi sembra di poterne rilevare un solo —ipotetico— esempio. Il cosiddetto
"segnacaso dell'accusativo" in ebraico ('et) mi sembra infatti strettamente
connesso, per forma e funzione, con quella particella che anche in arabo costituisce
un mezzo per la segnalazione di un oggetto pronominale, 'iyya: e ne
differisce per l'assenza del suffisso in -t. Quanto all'origine di
tale terminazione, mi sembra che vi vada visto il riflesso della stessa terminazione
*-at(i) che caratterizza, in accadico e in eblaitico, una forma di
accusativo pronominale (shu , acc. shua:ti
).
Se l'esempio semitico è piuttosto ipotetico, essendo
tutt'altro che concorde la posizione degli studiosi circa etimologia e connessioni
delle due particelle segnacaso, molto più estesi ed evidenti sono i
fenomeni di riduzione e caduta di t morfologica nei pronomi
berberi. I pronomi affissi al verbo presentano due forme distinte per il
caso diretto e quello indiretto, e la forma di quelli di terza persona sono
caratterizzati rispettivamente da t e da s . Tale ripartizione
presenta una stretta analogia con i morfemi affissi ai dimostrativi in accadico
(e, sembra, in eblaitico) che erano proprio -ashi per il dativo
e -ati per l'accusativo, e mi induce a ritenere che in origine si
avessero qui dei "dimostrativi" passati poi ad un uso come pronomi di terza
persona.
Ora, i pronomi personali "oggetto" di terza persona nei
parlari berberi sono di norma: singolare m. t, f. tt ; plurale
m. tn , f. tnt . È tuttavia assai diffusa, anche se
distribuita irregolarmente, la caduta della t caratteristica di tali
pronomi, vuoi totale, vuoi con passsaggio a h. Si ha così in
numerosi parlari: singolare m. i , f. it ; plurale m. in
, f. int (nei diversi parlari tuareg, a Wargla, nello Mzab,
a Zuara, in Tunisia e perfino a Siwa; solo al plurale nei parlari dei B.
Salah, del Marocco centrale nelle vicinanze di Demnat, e del Rif). La perdita
solo parziale di t con sua sostituzione da parte di h (ih
, ihet , ihen , ihent ) si ha invece nei massicci
dello Chenoua e dell'Aurès, nonché in una delle due tribù
di Ghadamès.(4)
• NOMI
Per venire al nome, è ben conosciuto il caso della
caduta di -t (attraverso uno stadio intermedio -h) nei nomi femminili
singolari in ebraico, aramaico e nei dialetti arabi moderni (con un principio
di indebolimento in -h , in pausa, già in arabo classico).
Il fenomeno semitico, avviatosi sul finire del secondo millennio a.C. (non
ve n'è ancora traccia in ugaritico e in fenicio) è cronologicamente
successivo al corrispondente processo in antico egiziano, che sembra presente
già intorno alla fine dell'AR (fine del 3° millennio), con la
caduta della -t dei nomi femminili nella pronuncia. A questi fenomeni
si può senza dubbio accostare il caso dei nomi femminili berberi,
che sono privi di -t finale quando terminano in vocale piena
(originariamente lunga o accentata). Per quest'ultimo, tuttavia, non è
possibile stabilire cronologie, anche se la sua estensione panberbera sembra
rimandare ad un fatto di alta antichità.
Limitato all'aramaico è invece il fenomeno di
caduta di -t morfologica nello stato assoluto (in posizione, cioè,
finale assoluta), dopo vocale lunga: -i:t > -i: ; -u:t
> -u: ; -a:t > -a: . Quest'ultimo
caso (-a:t > -a: ), benché poco evidente per
la scarsa trasparenza delle forme, è stato da me riconosciuto nel
corso di uno studio di alcune iscrizioni aramaiche antiche (Brugnatelli 1991a).
È ad esso che si deve la successiva rideterminazione del femminile
plurale assoluto, che sarebbe venuto a coincidere col singolare -a:
(> -a:n ).
Meno considerato (anche perché non del tutto sicuro)
è il fatto che, assai verosimilmente, le lingue semitiche di più
antica attestazione, l'eblaitico e l'accadico conobbero entrambe fenomeni
di caduta di -t morfologico, e precisamente allo stato assoluto dopo vocale
lunga (o accentata). Per l'accadico, W. von Soden (1961) ha individuato numerosi
indizi che portano a ritenere che lo stato assoluto dei nomi uscenti in -a:t
fosse -a: .(5)
Da notare comunque che, almeno nel caso del femminile, la terza persona plurale
della coniugazione a suffissi del verbo deve discendere da forme nominali
munite di -t (*-a:t > -a: e forse anche
m. *-u:t > -u: ) (6). Quanto all'eblaitico, è
certa l'esistenza di numerosi casi di alternanza grafica tra -at
e -a o tra -it e -i in alcuni nomi propri (allo
stato assoluto), nonché nei numerali frazionari, anche se permane il
dubbio che si possa trattare di fenomeni semplicemente grafici. Anche in
ugaritico sembra possibile ipotizzare un inizio di caduta di -t come
finale assoluta, perlomeno nel numerale cshrh,
e forse anche nei frequenti casi di —apparentemente— mancato uso delle forme
"femminili" dei numerali con nomi maschili.(7)
3. Possibili fenomeni preistorici
Considerando quanto si è detto finora, circa la
facilità della caduta di t morfologico e l'antichità
dei primi esempi riscontrabili di tale fenomeno, non sembra azzardato prendere
in considerazione l'ipotesi di un suo verificarsi già in epoca preistorica.
Confrontiamo tra loro i seguenti numerali ordinali o
frazionari:
accadico (ord. ) paris ; para:s-i:
(fraz.) pars-i(a)t
ebraico (ord.) qati:l-i: ;
(fraz.) qati:l-i:t
arabo (ord.) fa:'il ;
(fraz.) fa'i:l
Si osserva che i numerali frazionari sono derivati dai
rispettivi ordinali con l'aggiunta di una terminazione in -t analoga
a quella del femminile (secondo lo schema, presente in Aspesi 1977a : 33,
aggettivo + -at > nome astratto). L'unica eccezione è
costituita dall'arabo, in cui la forma della frazione non contiene il morfema
feminile (anche se sembra trattato perlopiù come un nome femminile)
(8),
bensì un allungamento della vocale, quasi che un affisso oggi scomparso
avesse attirato l'accento sulla sillaba precedente causandone l'allungamento
(9).
Un'ipotesi potrebbe essere la seguente: *qátil > qa:til
; *qatíl-t > *qatíll >
qati:l .
È interessante osservare che la forma qati:l
degli aggettivi è proprio una di quelle poche forme che in arabo possono
essere impiegate per l'accordo con nomi femminili senza necessità di
aggiungervi gli affissi caratteristici del femminile. Se si considera che
le più diffuse tra le altre forme suscettibili del medesimo trattamento
sono anch'esse caratterizzate dalla presenza di una vocale lunga nell'ultima
sillaba (qatu:l e qata:l , oltre che miqti:l
e miqta:l ), non sembra azzardato ipotizzare una origine di queste
forme da più antiche forme con vocale breve e suffisso -t ,
passando attraverso una caduta dell'affisso ed allungamento per compenso
della sillaba precedente.(10)
Probabilmente alla stessa stregua andrà considerato
il fenomeno dell'alternanza di forme con e senza -t negli infiniti
assoluti e costrutti dell'ebraico nei verbi pe nun, pe yod-waw
e in quelli lamed he : il contesto fonetico potrebbe avere condizionato
il mantenimento (stato costrutto) o la caduta (stato assoluto) di tale terminazione,
in quest'ultimo caso con allungamento dell'ultima vocale.
In questo quadro, il ben noto fenomeno pansemitico dell'alternanza
tra forme a vocale lunga senza -at e forme a vocale breve con -at
(Barth, p. XIII) non andrebbe più storicamente spiegato con un valore
"compensativo" dell'affisso in dentale, bensì, all'inverso, come il
risultato della caduta preistorica di tale suffisso con conseguente allungamento
di compenso della vocale precedente.
Riferimenti bibliografici
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NOTE
(1)
In realtà, tutte le consonanti sono coinvolte nell'espediente morfologico
della geminazione, che tuttavia è un fenomeno eminentemente prosodico
e quindi rientra nello stesso genere di fenomeni dell'apofonia.
(2)
Sui problemi relativi alla ricostruzione delle seconde persone del verbo
camito-semitico, cf. Brugnatelli 1991b: 29 ss.
(3) Sembrerebbe quindi
che il prefisso si sia mantenuto là dove le prime due consonanti del
verbo si seguivano immediatamente, e si sia perso là dove la prima
consonante radicale era seguita da una vocale. Se ciò fosse vero,
si potrebbe pensare ad una fase in cui il prefisso era costituito da una
semplice consonante, che si sarebbe unita, assimilandovisi e sparendo, alla
prima radicale seguita da vocale, e avrebbe invece sviluppato un breve appoggio
vocalico, che avrebbe preservato il prefisso, davanti ad un nesso consonantico.
Circa i problemi della costituzione sillabica nelle lingue semitiche più
antiche, si veda da ultimo lo stimolante, anche se sotto molti aspetti difficilmente
condivisibile studio di Durand (1991).
(4)
Su questo fenomeno, si veda più estesamente Brugnatelli in stampa.
La sua esistenza anche nel Rif è segnalata solo in Sarrionandia (1925:
73).
(5)
Nello stesso studio egli identifica con questa terminazione la fino ad allora
inesplicabile terminazione -a: delle decine accadiche.
(6)
Su tutto ciò, cf. Brugnatelli (1987).
(7)
Per questa ipotesi, cf. Brugnatelli (1982: 19-21).
(8)
Si vedano anche i nomi dei giorni della settimana di forma qati:l ,
come al-xami:s "giovedì", di genere variabile (Lane 1984, s.v.,
vol. I, p.811, I col.).
(9)
Su questo fatto, di un'origine accentuale delle "lunghe" protosemitiche,
oltre ai classici lavori di Brockelmann, Barth ecc., v., nel caso particolare
qui in esame, Brugnatelli 1987: 219.
(10)
Sull'argomento rimando a Barth (1967), passim e in particolare 175
sull'invariabilità di genere di qatu:l con valore attivo, ma
anche (178 ss.) esempi con valore passivo e complessiva rarità di
un femminile in -t ; p.179: un esempio di invariabilità in
ebraico; 185-6: sull'invariabilità di genere di qati:l
con valore passivo, ma (184) anche con valore attivo; 194-5: sull'uso di
qata:l per il femminile in etiopico e arabo.