"La verbalizzazione camito-semitica II"
Atti del Sodalizio Glottologico Milanese 28 (1986-87) [1988],
pp. 159-168
SEDUTA DELL' 8.6.1987 - COMUNICAZIONI:
- F. Aspesi - LA VERBALIZZAZIONE CAMITO-SEMITICA I
- V. Brugnatelli - LA VERBALIZZAZIONE CAMITO-SEMITICA II
V.BRUGNATELLI:
La verbalizzazione camito-semitica II*
Pur avendo in comune con il lavoro testé presentato
da Aspesi il fatto di occuparsi anch'esso principalmente delle strutture
verbali camito-semitiche, il libro di A. Loprieno ne differisce tuttavia
radicalmente sia per l'impostazione teorica sia per le problematiche trattate
nonché per le lingue prese in considerazione e per il modo di procedere
adottato.
Innanzitutto, l'indagine è programmaticamente limitata
al verbo già morfologicamente strutturato ed esclude quindi dalla
considerazione l'evoluzione di frasi nominali con i conseguenti processi
di rimodellamento che comporta l'inserimento di queste ultime nel "sistema
verbale" in senso lato. Inoltre, lo scopo del libro non è
tanto quello di indagare il concreto modo di realizzarsi della verbalizzazione
nelle lingue storicamente attestate quanto quello di individuare eventuali
tratti comuni alle lingue semitiche e all'egiziano fin dalle "origini", di
ricostruire, cioè, un quadro "afroasiatico" di strutture verbali che
hanno dato origine, subendo differenti evoluzioni, ai diversi "sistemi" verbali
delle singole lingue storicamente attestate.
Date le pochissime caratteristiche che le due opere hanno
in comune, se da una parte è evidente quanto nuoccia ad ambedue l'essere
così estranee l'una alle problematiche dell'altra, d'altro canto esse
finiscono per rivelarsi utilmente complementari in quanto spesso ognuno dei
due autori fornisce sul medesimo problema spunti di riflessione originali
sorti da un angolo di osservazione diverso, il che in molti casi può
indicare vie nuove per tentativi di risoluzione.
Il libro di Loprieno costituisce il
coronamento di una serie di ricerche condotte da questo giovane studioso
sui sistemi verbali delle lingue afroasiatiche, con particolare riguardo
per l'antico egiziano. I membri del Sodalizio che hanno preso
parte alla seduta straordinaria dell'11 gennaio 1980 dedicata agli studi
camito-semitici e indeuropei ricorderanno che proprio in tale sede egli ci
presentò i primi risultati di un'idagine sul verbo in antico egiziano
(mentre al complesso afroasiatico dedicò poi le comunicazioni che
tenne ad ambedue le giornate camito-semitiche successive: Torino, 7.12.1982
e Bergamo, 29.11.1985).
La mole del volume, a prima vista non particolarmente
cospicua considerata l'ampiezza delle tematiche trattate (213 pagine, indici
compresi) non deve trarre in inganno circa la completezza del contenuto:
si tratta di un'opera estremamente densa ed è senz'altro un merito
del suo estensore l'essere riuscito a sintetizzare con la dovuta chiarezza
in uno spazio ragionevole una massa veramente imponente di dati.
Tralasciando gran parte dei dettagli, che sarebbe fuori
luogo in questa sede esporre con soverchia minuzia, mi soffermerò
qui soprattutto sulle grandi linee dell'opera in questione e su alcuni problemi
di ordine generale che essa solleva.
Le premesse su cui si basa la ricerca vengono esposte
nei primi due capitoli, "Introduzione metodologica" (pp.1-12) e "Il verbo
afroasiatico" (pp.13-26).
L'ambito preso in esame per l'indagine sull' "afroasiatico"
viene limitato al complesso egitto-semitico (p.12), dal momento che l'antico
egiziano e le lingue semitiche hanno per prime conosciuto significative culture
letterarie, mentre le altre lingue afroasiatiche, meno sviluppate da questo
punto di vista, avrebbero maggiori probabilità di avere subito forti
influssi da queste ultime, divenendo per ciò meno attendibili ai fini
della ricerca di caratteristiche "arcaiche" (p.11).
Come prima cosa vengono esposte le idee dell'Autore circa
l'essenza dell' "oggetto" della ricerca, l' "afroasiatico" cui si fa in questo
libro continuo riferimento. Ricordate le contrapposte teorie (mono-)genetica
e allogenetica (tra le quali gli studi impostati sulla geografia linguistica
e sull'ipotesi di una lega linguistica si situerebbero a metà strada
), Loprieno rileva come, in conclusione, "l'egiziano e il semitico condividano,
oltre ad una origine di tipo genetico non definibile con precisione, anche
comuni sviluppi linguistici di natura strutturale" (p.11). E "se determinate
lingue di questa estesa regione condividono nella loro grammatica alcuni
fenomeni che si presentano in modo regolare (...), quelle tra di loro tipologicamente
più antiche devono aver posseduto per lo meno alcuni tratti linguistici
provenienti da un comune 'retaggio' morfologico, che probabilmente non si
è mai configurato come una 'lingua parlata'. E' questa
somma di tratti tipologici che chiameremo convenzionalmente 'afroasiatico'
" (pp.14-15).
Postulato che sta alla base dell'indagine comparativa
di Loprieno è dunque il fatto che "l'egiziano e il semitico traggano
da un comune patrimonio linguistico labili strutture morfologiche
, che evolvono, attraverso slittamenti di funzioni nelle singole lingue,
fino ai sistemi degli stadi linguistici storicamente attestati" (p.
16, corsivi dell'A.).
Quanto alla trattazione concreta del problema,contenuta
nei capitoli successivi, va anzitutto ricordato --come l'Autore sottolinea
a più riprese-- che l'ordine dell'esposizione non rappresenta fedelmente,
ma anzi capovolge l'ordine cronologico dell'indagine: trattandosi di un lavoro
che conclude una lunga serie di ricerche, Loprieno presenta fin dall'inizio
le conclusioni cui è giunto (cap. 2), alle quali viene fatta seguire,
a mo' di corollario, l'illustrazione della situazione nelle diverse lingue
rivisitata alla luce del paradigma esplicativo proposto (capp.3-6 per l'egiziano,
7-8 per il semitico). Un capitolo conclusivo (9: Bilancio e prospettive")
accenna,tra l'altro, alla possibile applicazione del modello proposto ad
altri rami dell' "afroasiatico".
La "struttura-base" (Grundstruktur ) del verbo
afroasiatico proposta nel secondo capitolo (p. 17) è inquadrata "quasi
algebricamente" in uno specchietto che assegna sei valori tempo-aspettuali
ad altrettante forme della radice verbale (3 valori aspettuali: perfettivo,
imperfettivo e non-connotato aspettualmente x 2 possibilità "temporali"
rispetto alla situazione del discorso: processo già realizzato [+]
o da realizzarsi [-] ).
A S P E T T O
[Ø] [___]U[#] [_____]
______________________________
˚ ˚˚
˚ ˚
[-] ˚ ˘ ˚˚
˚ ˚
REALIZZA-
˚ X ˚˚ X-A ˚ X:
˚
ZIONE DEL
˚______˚˚_________˚_________ _˚
PROCESSO
˚ ˚˚
˚ ˚
[+] ˚ ˘
˚˚ ˚
˚
˚ X # ˚˚ X-TA ˚ X
˚
˚______˚˚_________˚___________˚
forma
breve forma base
STRUTTURA DELLA RADICE
Tale schema coincide con l'inquadramento delle fasi più
arcaiche del sistema verbale egiziano proposto nel terzo capitolo, che si
distingue solo per la sostituzione della concreta radice MRJ all'astratta
X dello specchietto.
Ed è proprio questa concezione del sistema verbale
egiziano che costituisce l'elemento di maggior rilevanza e novità,
posto che di fatto il resto dell'opera può essere considerato alla
stregua di una verifica della verisimiglianza dell'assunzione delle categorie
morfologiche e semantiche così individuate come punto di partenza
in grado di spiegare il funzionamento del verbo nelle fasi successive della
lingua egizia e nelle lingue semitiche,
Riguardo alla situazione della ricostruzione del sistema
verbale egiziano, sia ai fini di una più precisa conoscenza della
lingua con intenti filologici sia ai fini comparatistici per un migliore
collocamento della stessa all'interno della famiglia camito-semitica, vale
la pena ricordare che già da qualche tempo sono in atto ampi e radicali
ripensamenti riguardo alle sue categorie morfo-semantiche, rappresentati
da molteplici e non di rado divergenti studi da parte di differenti scuole
egittologiche.
Le vedute di Loprieno fanno particolarmente riferimento
alla "rivoluzione" di Polotsky ed alle vedute della scuola americana (in
particolare, molto spazio è riservato alle analisi di J.P.Allen,
The Inflection of the Verb in the Pyramid Texts , Malibu 1984), e rappresentano
un indirizzo nuovo della ricerca che non mancherà di suscitare dibattiti
in seno al mondo scientifico.
Tralasciando i delicati problemi posti da una grafia rigidamente
consonantica che non permette se non in casi eccezionali di distinguere con
chiarezza tra tutte le forme possibili (per lo più in presenza di
radici deboli; in ogni caso già l'individuazione di 6 "forme" proposta
da Loprieno difficilmente riscuoterebbe unanimità di consensi), l'innovazione
più audace sembra essere legata ad una nuova interpretazione delle
forme sdm.n.f .
Le concezioni più tradizionali vedono in esse l'espressione
di un aspetto perfettivo, contrapposto -- secondo i punti di vista-- all'
imperfettivo del sdm.f o del mrr.f .
La varietà delle opinioni al riguardo risalta bene già dall'osservazione
del seguente specchietto riassuntivo della posizione di tre autori riportato
da D. Cohen nel volume testé presentatovi da Aspesi (p.121):
sdm.f
|
(simple)
|
perfectif
|
perfectif
|
inaccompli
|
sdm.f
|
(à gémination)
|
imperfectif
|
imperfectif =
inaccompli
|
(non aspectif)
|
sdm.n.f
|
|
"incidental"
|
accompli
|
accompli
|
|
|
(A. Gardiner)
|
(G. Lefebvre)
|
(H. J. Polotsky)
|
Dal canto suo, Loprieno considera congiuntamente sdm.n.f
e quelle forme "preteritali" di sdm.f presenti
nell'Antico Regno e da Polotsky definite come forme di sdm.f
"indicativo", alle quali sarebbe stato infisso in epoca seriore un morfema
n "che si trova anche in altre lingue africane per marcare la
forma narrativa ('Erzählungsform ')". Si tratterebbe
dunque di una forma temporalmente marcata (esprimente una "azione realizzata")
ma estranea al sistema aspettuale, una forma "aoristale" che poteva assumere
anche valore gnomico. In tal modo entrerebbe in una opposizione
solo temporale con il tema dell'imperativo (azione ancora da realizzarsi),
lasciando nel sistema di opposizioni aspettuali l'imperfettivo sdm.f
caratterizzato dalla sola forma "più piena" della radice (e scomposto,
sulla base delle forme presentate dalla radice debole MRJ in mrr.f
e mrj.f , che condividerebbero anch'essi una connotazione temporale,
in quanto esprimenti azioni rispettivamente non realizzate vs.
realizzate) contrapposto alle due forme perfettive con infissi sdm.w.f
(solitamente analizzato solo come passivo, ma qui considerato congiuntamente
al "sdm.f prospettivo" di Polotsky, che potrebbe esserne
una forma graficamente difettiva, e quindi riferito al non ancora realizzato)
e sdm.t.f (perlopiù "prospettivo", ma anche,
come relitto di una situazione più arcaica, "perfettivo" tout-court
dopo negazione; è qui incluso anche il passivo sdm.tw.f
, spesso graficamente indistinguibile).
I lettori che non siano dotati di una più
che sperimentata consuetudine con testi egizi (e il sottoscritto è
tra quelli) resterà indubbiamente sconcertato al vedere con quale
disinvoltura questi egittologi non lesinino cambiamenti anche radicali non
solo nella terminologia ma anche nella stessa concezione dell'esistenza o
meno di questa o quella categoria morfologica in un ambito così delicato
come quello del verbo. D'altra parte, è significativo
come, nella stessa giornata camito-semitica in cui Loprieno presentava le
prime conclusioni dei suoi studi e concludeva che, in tutta l'area afroasiatica,
l'ambito egiziano si afferma come "il più ricco nella propria struttura
verbale", Alessandro Roccati ci presentasse, per parte sua, un antico egiziano
formato da "un sistema che funziona su base esclusivamente nominale".
E' confortante, comunque, rilevare come, con il passar
del tempo e con l'approfondirsi degli studi, anche posizioni così
antitetiche si vadano avvicinando, e non a caso la "ricchezza del sistema
verbale" dell'antico egiziano secondo Loprieno è oggi rivista alla
luce della sua marcata "impronta nominale" (§ 5.1 Die nominale Prägung
des alten Systems ), che sola può spiegare il fatto che le caratteristiche
semantiche delle varie "forme" del verbo appaiano spesso indefinibili sulla
base di categorie eminentemente verbali quali tempo e aspetto .
D'altra parte, il porre perlomeno il sdm.n.f al di fuori
di un sistema aspettuale (circostanza abbastanza ovvia per chi parte da un
punto di vista "nominale") porta a vedute di fatto coincidenti in gran parte
con quelle cui Roccati è giunto in un recente studio ("La signification
du sdm.n.f ", in L'égyptologie en 1979. Axes
prioritaires de recherches [Colloques internationaux du C.N.R.S.
N°595] Paris 1981, Vol.1., pp. 57-59; non compare nella bibliografia
del volume), là dove si rileva una "ressemblance entre sdm.n.f
et l'aoriste du grec" (ancorché per Roccati, diversamente da Loprieno,
le caratteristiche aoristali del sdm.n.f abbiano più
a che fare con l'Aktionsart che con il tempo).
Per parte mia, mi permetto di rilevare che, qualora si
ammetta un valore ancora in certa misura nominale del sdm.n.f
, allora sarebbe forse conveniente rivolgere lo sguardo all'impostazione
data alle ricerche da D. Cohen, che proprio al sdm.n.f
dedica una approfondita indagine interpretativa, e rileva che, qualora lo
si considerasse formato da una base "nominale" seguita dalla particella possessivo-dativale
n + pronome suffisso, ciò lo porrebbe tipologicamente sullo
stesso piano di diverse costruzioni "possessive" che tendono, tra le forme
nominali, ad assumere valore "perfettivo" al pari di lat. habeo factum
(= mihi factum est ) > it. ho fatto , apers. mana: krtam
, neo aram. orientale grishli , ecc. (D.Cohen, op.cit.,
passim e pp. 515-6). Una siffatta interpretazione
richiede di fatto di rifarsi ad una costruzione originaria di tipo non tanto
"ergativo" quanto autenticamente "passivo", con l' oggetto che doveva fungere
da soggetto (ibid. ). Ciò da un lato ben si accorderebbe
con la circostanza che, a differenza del sdm.f (con
valori sia attivi che passivi), il sdm.n.f pare
usato esclusivamente per esprimere la diatesi transitiva attiva, e dall'altro
confermerebbe il particolare rapporto che unisce perfettivo e passivo, rapporto
approfonditamente indagato (a proposito delle forme a infisso .w
e .t(w) ) dallo stesso Loprieno in uno dei numerosi excursus
che arricchiscono il volume con approfondimenti di questo o quel dettaglio
toccato dalla trattazione generale.
Per concludere rapidamente e, me ne rendo conto, in modo
certamente inadeguato alla quantità di problemi toccati, con il versante
egittologico dello studio, ricorderò solo l'importanza che riveste,
ai fini della ricostruzione delle varie fasi attraversate dall'egiziano,
il capitolo dedicato alla situazione delle proposizioni negative, le cui
non poche divergenze da quelle positive sono l'indubbia spia di mutamenti
avvenuti nel sistema.
Le corrispondenze semitiche alle sei forme dello specchietto
sono le seguenti: nella colonna non marcata dal punto di vista aspettuale,
il tema di imperativo (CCvC) sta dalla parte del non ancora realizzato ed
il tema ja-CCvC# (il "preterito" accadico, corrispondente all' "apocopato"
dell'arabo, ecc. ) da quella del già realizzato. Le forme imperfettive
con tema allungato sarebbero rispettivamente ja-CvC(C)vC-u (il "presente"
accadico iparras ) e ja-CCvC-u (corrispondente all'imperfetto
arabo jaqtulu , assunto senza esitazioni ["ohne Bedenken"] come forma
protosemitica), mentre quelle perfettive caratterizzate da affissi sarebbero
ja-CCvC-a (il "congiuntivo" arabo) e ja-C.ta.CvC-u (il "perfetto" accadico).
Trattandosi per tutte le forme di materiale ereditato
dalle epoche più remote, Loprieno ipotizza successive evoluzioni di
non poco momento; in particolare, degno di nota è il fatto che, a
suo avviso, alcuni di questi "tempi" avrebbero dato origine a coniugazioni
derivate scindendosi dalla coniugazione principale ed assumendo un ruolo
autonomo (un imperfettivo iparras generalizzato, per l'espressione
di un'Aktionsart intensiva /fattitiva, come forma D [piel ,
II forma araba, ecc.], ed un perfetto iptaras che sarebbe stato
alla base di forme derivate in dentale Gt con valore riflessivo/reciproco/passivo).
Altrettanto audace, e forse più difficile da accettare
senza riserve, è l'ipotesi di una presenza fin da epoche "protosemitiche"
della contrapposizione di forme caratterizzate dal vocalismo finale (-Ø
/ -a /-u ), ancorché si neghi ad esse un valore
"modale", che sarebbe invece derivato, nelle diverse lingue che le presentano,
da un'analoga generalizzazione in senso modale di caratteristiche un tempo
solo temporali/aspettuali. Da una parte vanno ricordate le consistenti
perplessità che la maggioranza degli studiosi oggigiorno nutre riguardo
alla reale consistenza, nelle più antiche lingue afroasiatiche, dell'opposizione
tra forme in -a e in -Ø, (opposizione che nell'opera
di Loprieno mi sembra venga in definitiva asserita facendo leva su tenui
indizi sostenuti, per l'egiziano, dall'esistenza della stessa opposizione
in semitico, e per il semitico dalla situazione dell'egiziano). Inoltre,
mi sembra qui da non trascurare l'apparente contraddizione in cui Loprieno
incorre quando, ricostruendo le forme caratterizzate da allungamento della
radice (ja-CvC(C)vC-u) e quelle con infisso in dentale (ja-C.ta.CvCu), appone
ad esse, senza darvi troppo peso, proprio quella terminazione -u che
sarebbe il tratto che caratterizza un'altra delle sei forme proposte.
Comunque sia, anche per le lingue semitiche il materiale
trattato è ricchissimo (quelli che sono qui richiamati sono solo i
sommi capi dell'esposizione), e i punti di vista stimolanti e mai banali
dell'autore forniranno senz'altro ai semitisti materia prima per rimeditazioni
e rielaborazioni, anche radicali, delle origini del sistema verbale.
Tra i molteplici spunti che mi sembrano particolarmente azzeccati e meritevoli
di approfondimento ricorderò qui solo il ricorso alla tipologia dell'ordine
delle parole per spiegare la fin qui insoluta e a prima vista insolubile
questione della diversa struttura morfologica del verbo egiziano e semitico
per quanto attiene alla posizione degli indici-soggetto, normalmente preposti
al tema verbale in semitico e posposti in egiziano. Se è
vero che la struttura della frase neutra in quest'ultima lingua è
di tipo SVO, contro l'ordine VSO normalmente attribuito al "protosemitico",
è chiaro che tale circostanza può concorrere a spiegare anche
la diversa disposizione dei morfemi nel verbo (anche se da sola non mi sembra
del tutto adeguata a render conto di una siffatta incongruenza tra lingue
che, a conti fatti, condividono numerosi costrutti sintattici: largo uso
di preposizioni, stato costrutto, pronomi suffissi, ecc.) .
Comunque si vogliano spiegare queste differenze, sta
di fatto che la loro sola esistenza sta a suggerire che una "eredità
morfologica" comune andrà posta in un'epoca anteriore alla fissazione
grammaticale della coniugazione verbale in ambedue i gruppi.
Un'epoca, cioè, in cui più che ad un vero verbo coniugato,
(proto-)egiziano e (proto-)semitico dovevano demandare a "nomi d'azione"
(eventualmente ripartiti in classi differenti per forma e valore semantico)
il compito di assumere la "funzione verbale" in unione con nomi o pronomi
soggetto. Una fase così marcatamente "pregrammaticale"
che non può non richiamare sinistramente alla memoria l'ingloriosa
fine degli studi nostratistici tesi appunto a investigare improbabili fasi
comuni semito-indeuropee caratterizzate dalla sostanziale assenza di una
morfologia comune.
Il rischio che si corre accettando fino in fondo le conseguenze
di questo tipo di ragionamento è quello di abbandonare ogni ricerca
su possibili connessioni preistoriche tra lingue camito-semitiche e ripiegarsi
a coltivare l'orticello della propria filologia d'elezione. Da
questo punto di vista, indubbio merito dell'opera di Loprieno è
quello di non cedere alla tentazione di abbandonare gli studi comparativi
pur in un ambito per molti versi scoraggiante (si vedano le pessimistiche
conclusioni dell'ultimo capitolo circa il significato, oggi, di una "linguistica
afroasiatica"), ponendosi invece con tenacia l'obiettivo di indagare, nel
modo più approfondito possibile, quelle congruenze che innegabilmente
esistono e che richiedono una spiegazione scientifica. Considerazioni
di questo tipo controbilanciano, a mio avviso, anche la constatazione che,
in definitiva, gli esiti della ricerca non risultano del tutto congruenti
con le premesse metodologiche di Loprieno, il quale afferma di proporsi solo
la ricerca di "labili strutture" (la cui ricostruzione in linea di principio
non si può prevedere a priori destinata a sfociare in
specchietti geometrici e in dettagliate caratterizzazioni tempo-aspettuali),
mentre il quadro proposto va ben al di là di questi intenti riduttivi
e di fatto si configura come un vero e proprio "sistema" (pur caratterizzato
da una "labilità" formale delle strutture) di quella protolingua che
nelle premesse sembrava negata nel modo più deciso.
Naturalmente l'affrontare un argomento così vasto
e ricco di aspetti importanti non solo dal punto di vista della linguistica
storica camito-semitica o delle singole filologie dell'area ma anche da quello
della linguistica generale non può non sollevare ad ogni passo problemi,
dubbi, critiche e commenti. E naturalmente ogni specialista di
un ambito specifico all'interno di questo ampio ventaglio di discipline troverà
errori, manchevolezze, imprecisioni. E' inevitabile che ciò
avvenga, ma è il rischio che si sa di dover correre quando ci si pone
l'obiettivo di sollevare il capo dalle minute analisi filologico-linguistiche
condotte su di una porzione dell'insieme per tentare di fare il punto, sinteticamente
ed ogni volta provvisoriamente, sul quadro generale nel suo complesso.
(*) Come
preannunciato dalla comunicazione che precede, si fa qui particolarmente
riferimento a: A. Loprieno, Das Verbalsystem im Ägyptischen und im
Semitischen: zur Grundlegung einer Aspekttheorie, Wiesbaden 1986.