9° Incontro di Linguistica Afroasiatica (Camito-Semitica)
Trieste, 23-24 aprile 1998

I prestiti latini in berbero: un bilancio
(Vermondo Brugnatelli - Udine)
Resumé en français


    Questo mio intervento non mira ad un esame complessivo e sistematico dei prestiti latini in berbero, studio per il quale sono ancor oggi fondamentali i due lavori di Schchardt (1918) e di Lewicki (1958). Il primo è prodigiosamente riuscito, in un'epoca in cui mancavano ancora strumenti lessicografici di ampio respiro come il dizionario di Foucault per il tuareg e quello di Dallet per il cabilo, a compiere uno spoglio estremamente approfondito del lessico berbero di origine latina, cui poco si può aggiungere oggi, pur avendo a disposizione ben altri strumenti. Il secondo, invece, lavorando su testi arabi medievali, ha potuto individuare un gran numero di termini latini o neolatini in uso anticamente nel Nordafrica.
    L'obiettivo, più ristretto, della mia comunicazione, è quello di fare il punto su alcune questioni relative a questi prestiti, in particolare sulla questione della loro reale entità.
    Sono tanti o pochi i prestiti latini in berbero? In proposito i giudizi sono abbastanza diversi. Per Boulifa essi erano inspiegabilmente pochi, tant'è che in proposito egli faceva le seguenti osservazioni:

    "La facilité avec laquelle le Kabyle s'assimile les expressions, les locutions de toutes sortes, les termes des langues etrangères, cause un grand préjudice à la langue mère le berbère, dont le zouaoua est un des principaux dialectes. Etant données ces aptitudes, il est vraiment étonnant que la langue latine, si longtemps pratiquée dans cette Afrique du Nord, n'ait presque pas laissé de trace dans le berbère de nos jours. On est d'autant plus surpris que l'histoire nous apprend que certains Africains avaient acquis la renommée, non seulement de grands savants, comme les Juba, mais aussi de vrais orateurs, s'exprimant avec élégance et pureté dans la langue même de Cicéron."
(Boulifa 1990: 182)

    Ma furono veramente così pochi i prestiti latini? Qui il giudizio si deve fare cauto. Molti indizi mi fanno infatti ritenere che essi furono ben più di quanto abitualmente si creda, per diversi ordini di motivi che qui di seguito esporrò.

1. Rapida integrazione dei prestiti.

    Molti casi di presunti latinismi sono in verità insolubili, talmente acclimatati e integrati nel lessico berbero sono i termini che si prendono in esame. Numerosi sono i casi di prestiti dal francese (non solo nomi ma anche verbi) che già dopo pochi decenni di contatti erano perfettamente integrati nella morfologia del berbero, con tanto di modificazioni nel vocalismo tra il tema dell'aoristo e quello del perfetto, e con l'assunzione di significati anche abbastanza divergenti da quelli dei termini francesi. Un esempio tra tanti (Boulifa 1904-1990): bas'i (pf. bus'a) (<passer) "être condamné; condamner". La storia di questo strano prestito viene spiegata nella nota 160, p. 186: «Bas'i signifie "être condamné au bagne, à la déportation". Cette idée provient de ce que tous les indigènes condamnés ont passé devant les assises.» Se non disponessimo di questa testimonianza privilegiata da parte di un parlante che ha potuto seguire di persona l'evolvere dei significati, sarebbe quantomeno problematico sostenere una derivazione del termine dal francese passer.
    Analogamente, il vocabolo kin "terme du jeu de loto par lequel on annonce que sont remplies toutes les cases d'une même ligne" (Picard II, 558) sarebbe ben difficile da ricondurre all'italiano cinquina se ad esso non  si affiancassero i più riconoscibili ambu e tirnu: "tarbaât tameqqwer'att la ttelewwit'en di texxamt weh'h'ed-sen; al' ambu, tirnu, kin u-m-a(r)a tesled'. Le plus grand nombre s'adonnait au loto dans une salle où (les joueurs) étaient seuls. Tu n'entendais qu'ambu, tirnu, kin." (Picard I, 14)

    Se nel giro di pochi decenni molte parole francesi sono state rese irriconoscibili, chissà quanti termini latini si sono "mimetizzati" nel corso dei secoli. «Sauf les noms de mois du calendrier solaire, les noms empruntés au latin ont généralement revêtu une forme berbère. Ils ne sont pas toujours facilement reconnaissables» osservava giustamente E. Laoust (1939: 6). Per dare un'idea dei problemi posti dall'individuazione dei prestiti, osserverò che, se è vero che i nomi dei mesi sembrano abbastanza incontestabilmente da attribuirsi alla lingua latina, anche in quest'ambito non si possono sempre nutrire certezze. Il termine dalla cui analisi parte Schuchardt per la sua  trattazione, è la parola per "grandine", abruri, da lui posto in connessione con il nome del mese di aprile, ibrir.  Lo spunto gli è stato offerto da un brano raccolto da Stumme qualche anno prima: yigh ilkim mars, arkullu tmrasent tumz'z'in, ar soffghnt taydart ... ibrir ar tbruraint, yigh brurint ar th'arracent  (1) «Quando arriva marzo, "marzeggia" tutto l'orzo, vale a dire fa uscire le spighe... in aprile esso "aprileggia", e quando "aprileggia" si indurisce». La constatazione che il berbero può avere costituito verbi con significati particolari a partire dai nomi dei mesi rende plausibile l'idea che anche abruri derivi in ultima analisi dal nome di un mese "tempestoso".
    Senonché, diversi dettagli sono altamente ipotetici e lo stesso Schuchardt onestamente riconosce la non perentorietà della sua ipotesi, e parla anche di possibile "Vermischung" tra più elementi originari. Tra le diverse forme che riporta come connesse ad abruri, molte hanno infatti un suono iniziale aggiuntivo, in partic. zebruri e ah'abruri, il che permette di ipotizzare un altro possibile nome di mese alla base dell'ipotetico prestito, vale a dire febbraio (in chleuh xubr'ayr, cabilo fur'ar' ma anche cebr'ar'i (2)), forse anche più connotato, dal punto di vista climatico, come periodo di maltempo (grandine o neve: in alcune regioni tebruri è "neve").
    Prima di affermare o escludere con decisione che un termine sia un prestito è comunque opportuno ricercare ed esaminare attentamente le diverse forme nei vari parlari berberi.  Per esempio, la verosimile etimologia di Schuchardt targa "canaletta di irrigazione" < lat *riga (cf. irrigare, rigagnolo...) è posta in dubbio da van den Boogert (1997: 220) sulla base dell'esistenza di una forma tuareg tahargé.
    Viceversa, una parola come chleuh wayfes / waifs "Sinapis arvensis Crucifères, vulg. grande moutarde jaune ou blanche des champs" (Laoust 485 e 511; Sijelmassi 284) difficilmente potrebbe essere considerata un prestito dal lat. sinapis, se non trovasse riscontro nel cabilo (w)acnaf "Sinapis arvensis" (Dallet)(3), con una forma "intermedia" attestata nello Chenoua hacenafit / hacenaft "moutarde jaune des champs" (E. Laoust 1912: 137). Le principali diversità sembrano da attribuirsi soprattutto a variazioni nell'accento (entrambe documentate nelle lingue romanze):

    lat. sina:pis / sina:pi (< gr. sínapi)
> a) *sínapis, *(sh)ín(a)p(i)s, *ínfs, wa+ifs
> b) *s(i)nápi(s), *sh(i)náfi, wa+cnaf / ta+cnaf(i)t

    Per i contatti più antichi, è poi addirittura difficile stabilire, in molti casi, la direzione del prestito: non mancano i casi in cui sembra doversi supporre un prestito berbero in latino e/o in ambedue da un fondo mediterraneo. Si veda l'esempio di lat. aesculus (tipo di quercia) berb. ickir, tickirt (basco ezkur!), al cui proposito Schuchardt osserva: "Nun könnte ja aesculus aus dem Latein ins Baskische und Berberische, aber ebenso ins Latein aus dem Iberischen oder Libyschen, zu sehr früher Zeit, eingeführt worden sein" (Schuchardt 1818:18).(4)


2. Evoluzione nel tempo del latino in Nordafrica.


    Spesso è evidente che un prestito, certamente di origine latina, è più facilmente riconducibile ad una lingua romanza, non necessariamente esterna al Nordafrica. "Some loans were probably taken from Latin, e.g. afullus, Lat. pullus, while others were taken from a Romanic language spoken in North-Africa rather than one of the existing Romanic languages). cf. ifilu, "thread": Italian filo, Spanish hilo, but Latin filum." (Van den Boogert 1997: 220). In effetti, la presenza latina nel Nordafrica si è protratta così a lungo (almeno fino al XII secolo)(5) da dar luogo, indubbiamente, a una varietà neolatina nordafricana (quella che Tagliavini definisce la "Romània perduta", e che per al-Idrisi era al-lat'i:ni: al-Afri:qi:), varietà che Lewicki ha cercato di indagare sulla base di 85 lemmi ricavati perlopiù da toponimi e antroponimi rilevati in fonti medievali.
    Così si spiegano, probabilmente quei prestiti che terminano in -u e non in -us (e talora in -uz o -uh) che A. Basset (1939-41) cercava —con poco frutto— di spiegare sulla base di evoluzioni fonetiche interne allo stesso berbero.(6)
    Ma dobbiamo pensare che su un territorio vasto come quello del Nordafrica, soprattutto dopo che l'islamizzazione doveva avere interrotto la contiguità territoriale, si saranno senz'altro sviluppate non una ma molte varietà (un po' come la situazione attuale dei dialetti berberi), per cui è difficile trovare corrispondenze fonetiche "regolari" come cercava di fare Lewicki.
    Non è raro il caso di prestiti di forma diversa a partire da un unico termine latino. E' evidente che essi devono la loro forma o a differenti epoche dell'acquisizione o a differenti "parlari romanzi" d'origine, anche se, in mancanza di dati diretti, sarà sempre difficile, se non impossibile, decidere tra queste due possibilità.
    Nei due esempi che seguono sembra possibile vedere coppie di prestiti in epoche diverse:

Marocco centr. ayugu "bue da lavoro", cabilo tayuga "coppia di buoi" (< lat. iugum)
cabilo azaglu  "giogo" (< lat. iugulum)

cabilo aguglu "cagliata fresca"
cabilo kkal "cagliare" ikkil "latte cagliato" (< lat. coagulari; coagulum)(7)

    Viceversa, nel caso di sinapi(s) sopra citato la diversità di accento, presente anche altrove nel mondo romanzo (Meyer-Lübke s.u.) può far pensare a una probabile adozione da diverse varietà neolatine.

3. Sovrapposizione di arabismi.


    E' poi assai verisimile che anche il lessico berbero di origine latina (e neolatina) abbia subito, al pari —e forse più— del lessico indigeno, le conseguenze della massiccia adozione di termini arabi negli ultimi milletrecento anni. Qualche esempio di antichi latinismi soppiantati nel tempo da termini arabi potrà forse essere individuato lavorando sui testi berberi più antichi di cui l'opera di N. van den Boogert ha fatto conoscere l'esistenza ma che non sono ancora pubblicati. Un primo esempio è il termine tarma, "weapon", che secondo van den Boogert (p. 117) non trova paralleli nei parlari berberi odierni, e che evidentemente discende da un lat. arma.
    Una delle cause principali che concorrono a rendere meno visibile l'entità degli apporti latini nel berbero è —a mio avviso— il fatto che, probabilmente proprio quella parte del lessico che più doveva essere stata romanizzata coincide con quella parte di lessico che si è per prima e più profondamente arabizzata. Alludo in particolare al lessico dello spirito e della religione.  Sembra incredibile che il ricco e puntiglioso elenco di latinismi di Schuchardt, ripartito per ambiti semantici, dedichi solo poche righe agli "Abstrakta" (p. 73), per i quali viene individuato solo il ben noto taghawsa (< lat. causa) e tanumi "norma, abitudine", connesso, assai dubitativamente a gr. nómos. E' inverosimile pensare che la lingua in cui scrisse un Sant'Agostino e che per secoli resistette come lingua delle comunità cristiane non islamizzate del Nordafrica non abbia lasciato tracce nel campo della religione.
    Qualche relitto viene ancora conservato qua e là, come si può vedere nella disamina dei termini berberi di ambito religioso condotta da K. Naït-Zerrad nel suo lavoro recentemente pubblicato (1998). Tuttavia, la maggior parte del lessico religioso è oggi monopolizzata dall'arabo (anche in tuareg, dove i prestiti arabi sono assai minori che in berbero del Nord, tali prestiti si concentrano nella "vita spirituale e religiosa"), che evidentemente si sarà sovrapposto a un lessico che a suo tempo doveva essere ricco di termini latini.
    Tre termini, soprattutto, rimandano con evidenza al lessico religioso latino:
    Che gran parte del lessico religioso fosse un tempo latinizzato, prima di venire soppiantato da un lessico arabo, può essere rilevato, oltre che dalla permanenza di termini come quelli testé ricordati, anche da alcuni indizi meno palesi, in quei casi in cui termini arabi presentano un genere "inconsueto" nella lingua classica, che si accorda invece con quello di un termine più antico cui l'arabo ha fornito solo la facciata del significante.
    Si consideri, per esempio, una parola come timezgida < ar. masjid "moschea", uno dei prestiti più antichi (diffuso un po' dovunque nel mondo berbero e già attestato in nefusi del medioevo), la cui forma femminile è sempre stata un enigma per chi si è occupato di questo prestito. L'enigma non è più tale se si pensa che esso deve "ricoprire" un derivato da lat. ecclesia (di cui Lewicki ha rilevato diversi esempi nei toponimi, come Taghli:siya, città dell'impero rostemide, e 'Ayin Taghlis nel Gebel Nefusa). Probabilmente un discorso analogo vale anche per il genere (spesso) femminile delle denominazioni di lâid tamez'yantlâid tameqwrant  per la Grande e la Piccola Festa dell'islam. Anche qui il genere femminile si può spiegare sulla base del sovrapporsi dell'arabismo lâid "festa (religiosa)" su di un più antico termine femminile tafaska (< lat. pascha, con un valore generico di "festa" come ancora in spagnolo) .(9)



BIBLIOGRAFIA


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Vittorio BERTOLDI, "Quisquiliae Ibericae", Romance Philology 1 (1947-48), 191-207
Nico van den BOOGERT, The Berber Literary tradition of the Sous, Leiden 1997
Si Ammar Ben Saïd BOULIFA, Recueil de poésies kabyles, Paris-Alger, Awal, 1990 (I ed. 1904)
Vermondo BRUGNATELLI, "L'état d'annexion en diachronie", in: A. Bausi, M. Tosco (a c. di), Afroasiatica Neapolitana. Contributi presentati all'8° Incontro di Linguistica Afroasiatica (Camito-Semitica) - Napoli 25/1/1996, Napoli 1997, 139-150
Mario DALL'ARCHE, Scomparsa del cristianesimo ed espansione dell'islam nell'Africa settentrionale, Roma 1967
Paulette GALAND-PERNET, "A propos des noms berbères en -us, -ush", G.L.E.C.S. 18_22 (1973-79), III, 643-659
Emile LAOUST, Etude sur le dialecte berbère du Chenoua comparé avec ceux  des Beni-Menacer et des Beni-Salah, Paris, Leroux, 1912
    —     , Cours de berbère marocain. Dialecte du Maroc central, Paris, Geuthner, 19393
Tadeusz LEWICKI, "Une langue romane oubliée de l'Afrique du Nord. Observations d'un arabisant",  Rocnik. Orient. 17 (1958), 415-480
Kamal NAÏT-ZERRAD, Lexique religieux berbère et néologie: un essai de traduction partielle du Coran, Milano, CentroStudi Camito-Semitici/Associazione Culturale Berbera in Italia, 1998
André PICARD, Textes berbères dans le parler des Irjen (Kabylie - Algérie), Alger 1958 (2 voll.)
Arsène ROUX, "Quelques notes sur le langage des Musulmanes marocaines", Orbis 1/2 (1952), pp. 376-384
Abdelhaï SIJELMASSI, Les plantes médicinales du Maroc, Casablanca, éd. Le Fennec, 1993
Carlo TAGLIAVINI, Le origini delle lingue neolatine, Bologna 19644
Hugo SCHUCHARDT, Die romanischen Lehnwörter im Berberischen, Wien 1918 (SbKAW 188.4)

Resumé en français :
Les emprunts latins en berbère: un bilan
Dans cette communication on essaie d'éclaircir quelques détails à propos des emprunts latins en berbère. Surtout on essaie de dégager l'ampleur de la composante latine dans le lexique berbère. On peut calculer que souvent les emprunts latins en berbère ont été sous-estimés, en considération de trois facteurs:
  1. On relève en berbère une tendance à assimiler très vite les emprunts et à les adapter à sa phonétique et à sa morphologie, ce qui empêche souvent de reconnaître des emprunts très anciens.
  2. La langue latine en Afrique du Nord a évolué pendant des siècles et a sans doute donné naissance à des parlers romans "africains", dont les emprunts ne peuvent pas toujours être distingués des emprunts aux langues romanes d'Europe.
  3. Surtout, il faut considérer que l'apport massif du lexique arabe dans les parlers berbères s'est souvent superposé au lexique le plus "latinisé", en particulier à l'intérieur du lexique religieux et spirituel, dans lequel on ne relève plus que quelques rares mots d'origine latine.



NOTE

(1)  Per cercare di rendere omogenea la traslitterazione dei testi berberi, ho fatto ricorso, per quanto possibile, alle norme ortografiche attualmente prevalenti nel cabilo scritto, cercando di trascrivere secondo queste convenzioni anche testi originariamente scritti in maniera diversa.
(2)   Schuchardt riporta anche, senza precisarne l'origine, una forma berbera jebrari (p. 9). L'esistenza di molteplici forme per uno stesso nome di mese non è attestata solo per febbraio: si veda ad esempio la coppia awussu "40 giorni di canicola estiva" e uct "agosto" a Djerba, entrambi dal lat. augustus.
(3)   Il prefisso wa- dei termini chleuh e cabilo conserva la forma più antica dell' "articolo" che normalmente si è saldato al nome con forma a- (st. libero)/ we- (st. d'annessione). Cf. Brugnatelli  1997.
(4)   Considerazioni analoghe in Bertoldi 1947-48, specificamente volto a indagare i "percorsi" di prestiti antichissimi sulle due sponde del Mediterraneo.
(5)   Cf. Lewicki (1958) e Dall'Arche (1967).
(6)   "Enfin... s'il y a répartition dialectale nette ou assez nette des variantes pour un même mot, on est loin d'une répartition dialectale caractérisée des phénomènes" (p. 36). Sulla questione, v. anche P. Galand-Pernet (1973-79).
(7)   Quest'ultimo termine è già indicato come "jüngere Form" da Schuchardt, p. 53.
(8)  Quest'ultimo nome di mese, segnalato da Roux (1952: 378), permette di rilevare la perfetta sovrapposizione dell'arabismo  lajr ("mérite, particulièrement mérite d'une bonne action qui assure à son auteur une récompense dans l'au-delà, compensation dans l'autre monde": Taïfi) su di un più antico *amercidu.
(9)   Tale termine è ancora presente in diversi dialetti berberi, come p. es. a Djerba: tfaska "la Grande Festa".