"Spigolature di giudeo-reggiano"
Quaderni del Dipartimento di Linguistica e Letterature Comparate  n. 5
Bergamo 1989, 305-308

Vermondo Brugnatelli
Spigolature di giudeo-reggiano


    La recente pubblicazione, ad opera di Fabio Foresti (1986), di una prima analisi linguistica di materiali giudeo-reggiani, costituisce un prezioso tassello che si viene ad aggiungere a una serie di studi, di diversa estensione e provenienza, che negli ultimi anni stanno contribuendo, poco alla volta, a dare una forma a quell'entità dai contorni sempre meno indefiniti che è il patrimonio idiomatico dei dialetti giudeo-italiani.(1)   Le noterelle che seguono non sono che appunti sorti dalla lettura di questo lavoro, e intendono aggiungere alle osservazioni del suo autore qualche ulteriore connessione che, sulla base di materiali di altre fonti, potrebbero favorire il chiarimento dell'origine di qualche voce.

1. zefinà : "galera"
    Riportando questa voce, con significato di "prigione", Foresti (1986: 496) ipotizza, dubitativamente, un'etimologia dall'ebr. zafan "nascondere" «con slittamento semantico e adattamento morfologico».  Nessun parallelo in altri dialetti giudeo-italiani viene segnalato, e se realmente mancassero confronti che permettessero una maggiore precisione, non si potrebbe respingere recisamente questa pur dubbia proposta etimologica.
    Tuttavia, lo studio di Giovanna Massariello (1980) sulle parlate giudeo-piemontesi, ha già segnalato, per la prima volta (p.124, n. 66), nella locuzione va 'n sefinà  "va' al diavolo", l'esistenza di un termine sefinà  cui un informatore attribuiva il valore di "nave", in cui andrà più probabilmente ricercata l'origine dell'espressione giudeo-reggiana (posto che sia z  reggiano sia s  piemontese possono rendere regolarmente samekh dell'ebraico sepînâ  "nave").  Le due segnalazioni si integrano perfettamente a vicenda: l'attestazione reggiana con significato di "prigione" rende non più ipotetico ma sicuro «un trapasso semantico analogo a quello di "galera" (da "nave" a "carcere")» (Massariello 1980:124;  più che ad un'evoluzione semantica parallela possiamo ritenere di trovarci di fronte a un calco).  Ed a sua volta, il significato di "nave" rilevato in Piemonte permette di escludere altre etimologie per questo termine a Reggio.

2. berit : "membro virile"

    Oltre ai 67 termini passati in rassegna nello studio citato, Foresti non esclude la possibilità che altri termini, presenti nei testi da cui ha tratto il materiale e fin qui di oscura etimologia, possano spiegarsi alla luce di tradizioni giudeo-italiane (2).   Ed effettivamente un esempio di ciò compare già in una delle frasi riportate ad esplicitazione dell'uso dei vari termini.  Nell'illustrare infatti il termine zedacà "elemosina" (p. 496), viene riportata la frase «... con un berit da dar per z. » in cui compare, non tradotto, un termine il cui significato è evidente qualora ci si rifaccia ad altri dialetti giudeo-italiani.   A Roma, Venezia, Mantova, Modena ed in Piemonte è ben attestata la presenza del termine biblico bet  "patto", presto passato a designare l'atto della circoncisione, che è il segno del patto di Abramo (Gen. 17.11), e successivamente esteso, a Roma, a Venezia ed in Piemonte, a designare il "membro virile" (un'evoluzione che bene si spiega alla luce del contesto quasi gergale di molte parlate giudaico-italiane).
    Sulla base della sola espressione soprariportata potrebbe addirittura sembrare possibile attribuire a questo termine, nel giudeo-reggiano, un valore affine a quello assunto in numerosi parlari del Norditalia dai termini designanti il "membro virile ("un cazzo"), usati dapprima per rafforzare negazioni, e successivamente da soli come espressione per "nulla", "niente affatto" (intendendo dunque la frase come "senza nulla da dare per elemosina") (3), nel quale caso si tratterebbe della prima attestazione del completamento di un simile trapasso semantico in un dialetto giudeo-italiano. Dal più ampio contesto della poesia in cui compare l'espressione, si evince però che berit  va qui interpretato in senso proprio come parte del corpo, trattandosi di un 'espressione di scherno a sfondo osceno.

3. camizzidòn : "pugno"
    Un altro termine per il quale Foresti non ha trovato corrispondenze in parlate giudeo-italiane è camizzidòn  "pugno", per il quale viene dubitativamente proposta un'etimologia «(con suffisso alterativo dialettale) < ebr. qemis'ah (?) "presa, ciò che sta nel pugno"».  Anche per questo termine, però, il giudeo-piemontese offre un riscontro puntuale, sicuro ed a quanto sembra esclusivo, che induce a modificare le proposte etimologiche fin qui avanzate.  Massariello 1980 (p. 119,  n°26) segnala infatti il termine khamissidò  "schiaffo", e, prescindendo per il momento dalle etimologie proposte, è evidente come non si possano tenere separati i due termini, per le forti congruenze, sia formali che semantiche, esistenti tra loro.  In questo caso, però, l'etimologia dalla radice ebr. QMS'  ("raccogliere", donde il sost. "ciò che si raccoglie in una mano, manciata") diviene insostenibile, per via di kh-  piemontese, che corrisponde, nelle voci di sicura origine ebraica, esclusivamente a h'et  e mai a qof.  Sembrerebbe dunque più corretto partire dalla radice H'MSh  di "cinque", anche se i passaggi che consentono di arrivare, da "cinque", "un quinto"  a "pugno", "schiaffo" sono solo ipotizzabili a livello intuitivo ma tutt'altro che chiari nel dettaglio.   Il termine piemontese viene dalla Massariello interpretato, senza maggiori precisazioni, come "il suo quinto" (evidentemente dall'ebraico). Si tratta, più precisamente, dalla frazione "1/5" (coincidente per forma coll'ordinale femminile) seguita dal pronome suffisso di terza persona, che ricorre in questa forma un paio di volte nel Levitico (Lv.  5.16, 24) in passi in cui si descrivono le procedure da seguire per espiazione di colpe verso Dio o verso il prossimo: oltre a risarcire il danno, il colpevole "aggiungerà 1/5 di esso".(4)  Quale trafila sia stata precisamente percorsa per arrivare da ciò al significato presente nei due dialetti giudeo-italiani, è tutt'altro che chiaro.   In via puramente indiziaria, mi sembra non si possa escludere che in tutto questo abbia avuto un ruolo anche la fequente identificazione del numerale "cinque" con le dita della mano, specialmente in espressioni gergali, per esempio nelle espressioni apotropaiche contro il malocchio (soprattutto in ambiente islamico (5), ma anche in ambito giudaico). Se ipotizziamo che a partire da questo numerale fosse stata costruita un'espressione (gergale, e forse per questo raramente rilevata, indipendentemente dalla sua estensione) designante percosse date con la mano, l'espressione reggiana e piemontese si spiegherebbe pensando che per eufemismo si facesse allusione a tale espressione servendosi di citazioni bibliche in cui è presente il numerale "cinque".
    Un tenue indizio che si potrebbe aggiungere a favore di questa ipotesi viene dal Nordafrica, dove Werner Vycichl (1952: 201-2), ricercando tra i parlari berberi odierni tracce degli antichi influssi punici, segnalava, tra gli "zweifelhafte Fälle", un'espressione significante "pugno" in certi parlari della Cabilia: akhenshim , riguardo alla quale egli così si esprimeva: «Das Wort sieht wegen -im  punisch aus und man könnte an die Wurzel khms  "fünf" denken, von den fünf Fingern.»  Sebbene l' espressione, rilevata in un dizionario del 1901, non fosse conosciuta dagli informatori di cui disponeva (né compare nell'esteso dizionario di cabilo di Jean-Marie Dallet pubblicato postumo nel 1982), egli potè rilevare in cabilo contemporaneo una forma akhushim "pugno", corrispondente ad un'espressione col medesimo significato nel dialetto arabo di Blida, khushim.  Data la particolare sfera semantica di appartenenza del vocabolo in questione, un fenomeno fonetico come la caduta di una nasale anteconsonantica non costituirebbe certo un fatto inconsueto. (6)  Quello che più contribuiva a considerare dubbia una derivazione cananaica del termine sembra essere stato soprattutto l'apparente isolamento di un uso della radice di "cinque" per denominare il "pugno", ma se poniamo accanto alle testimonianze nordafricane quelle giudeo-italiane, si può supporre che un'immagine del genere fosse tutt'altro che sporadica, e rispecchiasse invece un uso ben più esteso, anche se con connotazioni sociolinguistiche tali da non permettere se non rarissime attestazioni scritte.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:



NOTE
(1)  Per tali studi, oltre a quelli citati nello studio di Foresti, cit. , rimando anche alla bibliografia di Massariello 1977, l'unica opera di insieme fin qui esistente.
(2)   In partic. p.502, n. 24.  Tra i termini segnalati ivi come di dubbia etimologia, mi sembra che pepar , f. pepra  col significato di "oca" sia difficilmente separabile dall'it. papero , -a .
(3)   Sui fenomeni relativi alla riduzione della negazione, cfr. Molinelli 1984.
(4)   Devo questa precisazione alla cortese segnalazione della prof. Maria Mayer Modena.
(5)   Si veda, p.es.,  Doutté 1984: 183, 327
(6)  Ricordo come, per le sue sopra ricordate valenze apotropaiche, il numerale "cinque", finisca spesso per subire fenomeni tabuistici (ivi, 327).