Atti del Sodalizio Glottologico Milanese , vol. XXIX (1987-88) [1989], 51-61

SEDUTA DELL' 8.2.1988
COMUNICAZIONI:
V.BRUGNATELLI:

I nomi di parentela a Ebla



    La presente comunicazione non si propone di affrontare problemi attinenti agli aspetti antropologici collegati alla semantica dei termini di parentela,(1)  argomento vastissimo e già oggetto di innumerevoli studi nelle più svariate lingue del mondo, in quanto strettamente connesso con le concezioni del mondo e della società da parte delle comunità di parlanti che adottano questo o quel sistema di classificazione dei rapporti di parentela.  Le questioni che mi accingo ad esaminare riguardano invece l'aspetto morfologico-sintattico dei nomi indicanti termini di parentela, aspetto che mi risulta indagato in modo assai meno esteso ed organico di quello semantico.
    Lo spunto per queste riflessioni mi è stato offerto da una  particolarità piuttosto rimarchevole presentata dai nomi di parentela eblaitici quando vengono scritti con sumerogrammi.  La particolarità in questione, rilevata già da diversi studiosi a proposito di termini isolati, è stata illustrata in modo globale da J. Krecher (1984: 145-6), il quale osservava l'originalità eblaitica di presentare "Verwandtschaftsbezeichnungen (...), bei denen das Sumerogramm ein redundantes Pronominalsuffix 'mein', 'sein' aufweist.  ShESh. MU, A.MU, NIN.NI, AMA.MU, PAP.MU (2) meinen als sumerische Wörter  'mein Bruder', 'mein Vater', 'seine Schwester', 'meine Mutter', 'mein Onkel', als Sumerogramme jedoch nur 'Bruder', 'Vater' usw."(3)
    Se per gli assiriologi questo fenomeno privo di paralleli nelle lingue antiche appare a prima vista sconcertante, per chiunque abbia qualche consuetudine con i dialetti berberi esso non può non richiamare alla mente in modo impressionante il particolare comportamento dei nomi di parentela in berbero.   In tutti i dialetti berberi, infatti, i nomi di parentela sono caratterizzati dalla presenza obbligatoria di un pronome suffisso che specifichi la persona con cui essi sono in rapporto.  In assenza di marche pronominali evidenti, il nome viene riferito alla prima persona (è evidente l'origine pragmatica del fenomeno).(4)    Riporto qui quasi per esteso la descrizione che del fenomeno fa Th. G. Penchoen (1973, 23)  a proposito del parlare degli Ait Frah, avvertendo che in generale la situazione degli altri parlari non si discosta da tali principi. "Syntaxiquement, l'essentiel réside dans le caractère obligatoire de la détermination personnelle de ces noms.  Le seul choix que le sujet parlant puisse faire est celui de la personne.   Lorsque les besoins de la communication appellent une autre détermination ..., le sujet parlant accompagne ces noms d'un élément pronominal syntaxiquement redondant" (vale a dire, ad esempio: mmi-s m-mmi-s n-NP "il nipote di NP" [lett. = figlio-suo di-figlio-suo di-NP] ).  "Le fait qu'ils n'aient pas de détermination pour la première personne suggère que ces noms de parenté sont conçus en premier lieu -- et à des nuances près --  comme des noms propres.  La détermination obligatoire, aux personnes autres que la première personne singulier, représenterait en quelque sorte une renominalisation d'un nom propre.   Cette nominalisation n'est pas nécessaire pour la première personne puisque le nom propre -- indiqué comme tel par l'absence de déterminant -- sera tout de suite compris comme 'celui que moi, la personne qui parle, appelle...'.  Pour les autres personnes cependant, une précision sera toujours nécessaire et celle-ci se voit retenue même lorsqu'elle est sans information." (ivi).
    Per ritornare, sulla scorta di questa tipologia di comportamento dei nomi di persona,  ai sumerogrammi di Ebla, è evidente che i fatti eblaiti potrebbero trovare una facile spiegazione ipotizzando che in eblaitico i nomi di parentela contenessero, al pari dei nomi di parentela berberi, un rimando obbligatorio ad una persona, esplicitato da un pronome personale o implicitamente riferito alla prima persona singolare in caso di assenza di marche esteriori pronominali.
    La prima ipotesi che si affaccia alla mente per spiegare questa congruenza eblaito-berbera è quella della conservazione, da parte di queste lingue, di un tratto comune camitosemitico andato perduto nelle altre lingue del gruppo.  A confortare questa prima impressione si viene ad aggiungere la constatazione di fenomeni analoghi anche nell'area cuscitica, in un dialetto agaw centrale (khamtanga).  Come rileva infatti Appleyard (1987, 261), "During vocabulary elicitation, as citation forms, all kinship terms were provided with a pronominal possessive proclitic.  Hence I have quoted such items as bound forms" (Analogamente a p. 251, n. 21: "kinship terms normally appear in composition with a prefixed pronominal possessive"), e le forme riportate per illustrare il paradigma della declinazione dei nomi di parentela (260) sono quelle con il pronome di prima persona, mentre anche quando sia espresso un possessore si preferisce l'inserimento del pronome possessivo di terza persona: arshäyz  ngi-sin  "the farmer's sister" (lett.: "farmer, his-sister").(5)
    Il fenomeno è presente in modo del tutto analogo, in aree adiacenti o prossime a quelle delle lingue camitosemitiche, in nubiano, in shilluk e in lingue "bantoidi" come il babungo (Camerun), dove specificazioni possessive sono sempre obbligatorie con i nomi di parentela (Zavadovskij-Smagina 1986: 56; Kohnen 1933: 38-9; Schaub 1985:387) (6)
    Tuttavia, ampliando il campo di osservazione anche al di là delle lingue camitosemitiche e dell'Africa centro-settentrionale, capita con una certa frequenza di rilevare, si può dire in lingue di ogni parte del mondo, l'esistenza di particolari condizionamenti morfologico-sintattici dei termini di parentela (condizionamenti sovente analoghi a quelli testé descritti), che di fatto finiscono per individuare, all'interno della più vasta categoria del «nome», una classe di «nomi di parentela»  dotata di caratteristiche peculiari, non limitate al mero dato semantico.(7)   La costanza di questi fenomeni, indipendente da apparentamenti genealogici o tipologici, impone un ridimensionamento del significato da attribuire a queste congruenze tra lingue appartenenti sì ad una stessa macrofamiglia, ma separate da una così grande distanza nel tempo e nello spazio.    
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     Recentemente è invalsa l'abitudine di accomunare tutte o gran parte delle particolarità di nomi come quelli di parentela sotto l' "etichetta" globale della «inalienabilità» (8), sotto cui ricadono anche altre categorie di nomi, come quelli designanti parti del corpo (si vedano, più avanti, alcuni esempi di comportamento di tali nomi analogo a quello dei nomi di parentela in ambito camitosemitico) o affezioni dell'animo, ecc.  Dal momento però che l' "inalienabilità" in sé non è una "spiegazione" dei fenomeni ma, al più, una comoda definizione di un dato ordine di problemi, mi è parso opportuno cercare di enucleare i diversi fattori che concorrono alla costituzione di queste particolarità, limitandomi in particolare a quelle dei nomi di parentela.
    Mi sembra che i fattori che si possono ritenere all'origine di questa caratterizzazione formale dei nomi di parentela rispetto agli altri nomi siano essenzialmente i cinque sotto elencati, ciascuno più o meno influente a seconda della maggiore o minore propensione delle diverse lingue a marcare morfologicamente le differenti categorie coinvolte.
    Il  primo e, nel caso specifico dei nomi di parentela in berbero e dell'eblaitico, più importante parametro è quello che discende in modo più diretto dal  dato semantico, per cui un termine di parentela, in quanto espressione di un rapporto intercorrente tra due persone, contiene sempre, nei tratti semantici che lo compongono il riferimento ad un'altra persona (l' EGO delle descrizioni scientifiche), riferimento che in numerose lingue del mondo viene obbligatoriamente espresso, per lo più sotto forma di pronome possessivo inscindibile dal nome di parentela, presentando come forma meno marcata quella della prima persona.
    É solo come secondo ordine di fattori che comprenderei la circostanza del «possesso (ma forse dovremmo dire «rapporto») inalienabile» in senso stretto, che caratterizza la maggior parte delle relazioni di parentela (perlomeno quelle di consanguineità).   Questa categoria è largamente connessa con quella precedentemente esposta, in quanto ha anch'essa a che fare con la rappresentazione semantica dei termini coinvolti.  Sotto quest'ultima accezione ritengo però che vada più propriamente compresa solamente la differenza nel "tipo di rapporto" che lega al possessore i termini "inalienabili" rispetto a quelli "alienabili", differenza che non emerge necessariamente se non al momento di specificare il possessore (in molte lingue essa finisce per essere espressa con costruzioni "alternative", per lo più di maggiore antichità, rispetto alle normali costruzioni genitivali).  Rispetto al primo ordine di fattori, tipico soprattutto dei nomi di parentela, manca qui il carattere di obbligatorietà di un'espressione, e prevale quello di potenzialità.
    Il terzo fattore di cui si deve tener conto è quello della determinazione, che per molti termini di parentela «esclusivi», che individuano, cioè, una sola e ben precisa persona, è implicitamente contenuta nel termine stesso e non richiede altri mezzi di espressione.(9)  In questo modo, i nomi coinvolti finiscono spesso per condividere molte delle caratteristiche dei nomi propri (forse più della categoria formale della «determinazione» bisognerebbe qui parlare della categoria pragmatica della «presupposizione di notorietà»).    Da questo punto di vista, un ruolo importante nella nascita delle particolarità morfologiche e sintattiche dei nomi di parentela andrà riconosciuto al loro frequente impiego all'interno dell'«enunciazione».(10)    In particolare, nel caso delle peculiarità prese qui in esame,  sarà senz'altro da riconnettersi con l'ambito dell'enunciazione il fatto che la persona scelta come non-marcata, là dove una determinazione personale è sempre presente, sia la prima persona.
    Le ultime due caratteristiche, doverosamente citate in quanto anch'esse contribuiscono a determinare alcune particolarità dei nomi di parentela, sembrano rivestire un'importanza secondaria, almeno all'interno delle lingue camitosemitiche.  Un  quarto aspetto, comune a molti  termini di parentela (ancorché non a tutti) e che può anch'esso venire marcato in modo morfologicamente caratterizzato in diverse lingue del mondo, è quello della «non-numerabilità».  Nelle lingue camitosemitiche esso non dà luogo se non a fenomeni marginali, come ad esempio l'assenza di veri "plurali" per alcuni termini usati in senso proprio, come quello per "padre" (l'ebr.  'abôt   sta in realtà per "progenitori").
    Una quinta caratteristica, limitata alle lingue in cui è presente una distinzione formale dei generi (maschile vs.  femminile), è tipica di alcuni nomi di parentela, ed è quella di fare a meno di marche morfologiche di genere, in quanto denotanti, spesso, referenti appartenenti "per definizione" all'uno o all'altro genere.(11)   Non sembra però possibile individuare in questo costanti valide per tutte le lingue: si pensi che le lingue indeuropee distinguono perlopiò "figlio" da "figlia" e "fratello" da "sorella" con nomi radicalmente diversi privi di marche di genere, mentre tutte le lingue semitiche derivano i corrispondenti termini femminili da quelli maschili con una normale mozione di genere.
    Se escludiamo il primo, caratteristico di nomi di parentela, i successivi tre ordini di fattori (12) stanno pure alla base di analoghe particolarità morfosintattiche che in diverse lingue caratterizzano anche il lessico di altri particolari ambiti semantici, come per esempio la terminologia delle parti del corpo (13) (possesso inalienabile, determinatezza, restrizioni in fatto di numerabilità (14): si pensi alla categoria del duale, tipica di tante parti del corpo). Per esempio, probabilmente è sempre a questo ordine di fenomeni che ci si deve rifare per spiegare anche la presenza, fin qui enigmatica, di un possessivo  mu ("mio") aggiunto a tutti i termini di una lista antico-babilonese di parti del corpo (MSL IX 49 ss.): la lingua dei compilatori di questa lista (in sumerico), qualunque essa fosse, doveva assai verosimilmente conservare una nozione possessiva inscindibilmente legata ai termini designanti parti del corpo.(15)    L'ipotesi di W.G. Lambert (1987: 358) che -mu aggiunto a nomi esprimenti termini di parentela a Ebla e parti del corpo nella citata lista lessicale non stesse per il pronome di prima persona ma fosse il nome "riga" (di un testo) o "voce" (di una lista) è inverosimile per motivi storici, e viene inoltre esclusa dalle frequenti ricorrenze a Ebla di termini di parentela così contrassegnati anche all'interno di testi non lessicali (oltre che dall'esistenza di altri «possessivi obbligatori», come nel caso di "[sua-]sorella").

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    Per tornare ai fatti eblaiti, desidererei concludere con alcune osservazioni, alla luce di quanto fin qui osservato, su alcuni brani di un documento già molto noto e dibattuto: la lettera del sovrano di Ebla a quello di Hamazi (TM.75.G.2342).  Ovviamente, non è qui la sede per una trattazione approfondita circa il contesto che ha causato la stesura di questa lettera (ammesso che si tratti di una missiva autentica e non di un'esercitazione scribale).(16)   Mi limiterò ad osservazioni riguardanti le formule di saluto, che contengono a più riprese il termine per "fratello".
    L'uso di apostrofare il destinatario di una lettera con l'epiteto di "fratello" è comune nell'epistolografia semitica posteriore, (17) e questa attestazione ad Ebla, in pieno terzo millennio, costituisce un'autorevole conferma della sua antichità.  A livello sociolinguistico l'impiego di questo termine doveva equivalere a stabilire un rapporto su un piano di parità quanto a condizione sociale tra i due interlocutori (contrariamente, p.es., all'uso epistolare di acc. aradka / be:liya , aram. 'bdk / mr'y  "tuo servo"/"mio signore", indice di una condizione di inferiorità dello scrivente rispetto al ricevente), ed è per questo che capita di trovare dichiarazioni di "fratellanza" anche in lettere tra padre e figlio.  L'origine, intuitiva, di questo uso risale alla proprietà del termine "fratello" di essere, nelle lingue camitosemitiche, uno dei pochi termini di parentela «simmetrici»,  tali cioè da poter essere usati indifferentemente per riferirsi ad ambedue le persone in rapporto tra loro (a differenza, p.es., di "padre" rispetto a "figlio", ecc.).(18)  Da qui l'estensione «metaforica» dell'uso di questo termine di parentela ai più svariati ambiti, in espressioni di equivalenza o di reciprocità come acc. ahum aham ; ahish  "l'un l'altro" .(19)
    Dopo una breve introduzione ("Così [parla] Ibubu, soprintendente del palazzo del sovrano, al messaggero:", r. I 1-7), viene una formula (an-da  shesh ù an-na  shesh  lú shesh mì-nu-ma  al-du11-ga  s'i  ka an-na  in-na-sum..., ) che Pettinato (1979:120-1; 1986:398) così traduce: "Tu (sei mio) fratello e io (sono tuo) fratello; (a te) uomo-fratello qualsiasi desiderio che esca dalla bocca io esaudisco..." (20) .   
    Se immaginiamo, sulla scorta di quanto detto nella prima parte di questo lavoro,  che il nome per "fratello" a Ebla contenesse di per sé un riferimento alla prima persona quando non era esplicitamente specificato da pronomi suffissi o da nomi in genitivo, la prima parentesi non avrebbe motivo di esistere non essendovi in realtà nulla da integrare: an-da  shesh = "tu sei mio fratello".  Inoltre, il secondo shesh richiederebbe una specificazione, che potrebbe essere rappresentata da lú shesh, con lú corrispondente all'accadico sha (21), particella genitivale , e non a "uomo".  La bizzarra espressione "uomo fratello" ("brother man", Shea 1984:146) verrebbe così a scomparire e si avrebbe "Tu sei mio fratello ed io sono fratello di mio fratello.  Qualsiasi desiderio, ecc.".(22)

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI


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Pettinato, Giovanni, 1979 = Ebla, un impero inciso nell'argilla , Milano
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Schaub, Willi, 1985 = Babungo , London-Sydney (Croom Helm descriptive grammars)
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Zavadovskij, Juri N. - Smagina, E.B., 1986 = Nubijskij jazyk , Moskva ("Jazyki Narodov Azii i Afriki")


NOTE
(1)  Per problematiche di questo tipo, rimando ad alcune osservazioni che sono già state fatte circa il reale significato di alcuni nomi di parentela a Ebla, la cui apparente intercambiabilità tra loro e con altre qualificazioni personali fa pensare ad estesi usi metaforici (al pari di quelli arabi ed accadici ricordati da Colin e Labat 1935). Già Pomponio (1980:235) esprimeva il sospetto che "dei tanti 'figli' e 'figlie' del re solo per alcuni si tratti di effettivi rampolli di Ebrium e che per gli altri il termine sia da intendere nel senso di 'funzionari' del re", e sul problema tornano, tra gli altri, Krecher (1987 :190) e Pomponio (1987:251, n.6), che rilevano l'esistenza di scambi dumu.nita/ lú, shesh/lú, con valore di "figlio" (o "fratello")/ "dipendente" (ecc.), e Waetzoldt (1987), che cerca di chiarire il valore di dam en, che appare attribuito alle più svariate figure, e non solo alla "moglie del re". Sui nomi di parentela nell'onomastica v. ora Catagnoti 1988.
(2)   Le relative corrispondenze in semitico date dai vocabolari bilingui sono: "fratello" (ShESh. MU) = a-hu-um  [* ahum]  (VE 1034); "padre" (A.MU) è privo di corrispondente ebl.; "sorella" (NIN.NI )= a-ha-tum  [* ahtum] (VE 1183); "madre"  (AMA.MU)=ù-mu-mu  [*ummum] (VE 1044); "zio" (APA.MU)=da-tum  [* da:dum] (EV 1161).
(3)  Questa è la situazione più diffusa, e caratteristica, p.es., dei dizionari eblaiti; nei testi troviamo alternanze irregolari, con e senza suffisso, dovute probabilmente a semplici consuetudini grafiche: "padre" e "sorella" compaiono quasi sempre con il pronome possessivo, "fratello" con e senza; "madre" (e "nonna") prevalentemente senza .  Così, con "padre" è frequente A.MU-sù "suo p.", e anche: NP a.mu NP ("NP p. di NP") in ARET 5, 1 e 3, più volte abbiamo (d)I-li-lu  a.mu dingir.dingir.dingir ("Enlil, padre degli dei"); lo stesso vale per "sorella": NIN.NI-sù  "sua sorella", ed anche, p.es., NIN.NI en "s. del re" (Krecher 1987, n.39).  Viceversa, nei testi "madre" è solitamente scritta senza suffisso, p. es. AMA-sù (Verdetto per Amur-Damu, SEb  III, 66); AMA NP, ARET  3, 215 v. VI.15; si veda anche AMA.GAL-ga (ivi, 43) "tua nonna".  Quanto a "fratello", in ARET 3 esso compare una volta sola come ShESh.MU mentre di solito viene scritto solo ShESh (si veda anche il pl. ShESh .ShESh-sù , SEb  IV, 37).
(4)  Notevole come i termini di parentela espressi con prestiti dall'arabo si presentino (in tutte le persone) con la forma accompagnata dal pronome di prima singolare, p. es. xali  "(mio) zio (per parte di madre)", xali-s  "suo zio", ecc. < ar. xa:l-i:  "mio zio".
(5)   Per quanto riguarda il fatto di comparire preferibilmente accompagnati da un pronome, originariamente "anaforico", ma ormai solo caratteristico per i nomi di parentela in neo-aramaico occidentale e in T'uroyo, v. l'estesa trattazione di Diem 1986: 236-239.
(6)  Inoltre in queste lingue capita che i pronomi presentino una serie di forme particolari limitate ad un uso coi termini di parentela, ovvero che i termini stessi subiscano modificazioni irregolari in unione con i possessivi (si confrontino anche, in ambito camito-semitico, le serie pronominali del berbero e le forme come abu:hu, axu:hu  in semitico.  Si tratta comunque anche per questi fenomeni di fatti presenti estesamente in numerosissime lingue del mondo).
(7)  Limitandomi all'obbligatorietà di un possessivo, e all'impiego di prime persone nelle forme meno marcate dei nomi di parentela, ricordo solo, a titolo di esempio, una lingua caraibica come lo hixkaryana (Derbyshire 1979: 69, 192 ss.), od una eschimese come il groenlandese occidentale (Fortescue 1984: 123)
(8)   Sull'argomento, in ambito camito-semitico, rimando da ultimo all'esteso studio di W. Diem 1986, con l'estesa bibliografia ivi citata.
(9)   Così si spiega, ad esempio, il comportamento dei nomi di parentela somali (del tutto analogo alla norma dell'italiano) che non ammette l'articolo con (alcuni) nomi di parentela determinati dal possessivo, come abbahay  ("mio padre") e non **abbahayya  ("**il mio padre"), e così via (Gebert 1981:53).  Si vedano anche le osservazioni di Greenberg (1978:66) a proposito della riluttanza dei nomi di parentela ad essere accompagnati da un articolo. 
(10)  Per approfondimenti, in ambito camitosemitico, di questa feconda categoria benvenistiana, si veda la comunicazione di F. Aspesi in questo stesso fascicolo di Atti SGM.
(11)   É assai verisimile che una spiegazione di ciò vada vista nella sopra ricordata tendenza da parte dei nomi di parentela a fare a meno di "articoli", da cui storicamente discendono di frequente "marche di genere" (Greenberg 1978: 66).
(12)   Il quinto aspetto non si può applicare se non a nomi designanti esseri animati.
(13)  Si veda, p.es., l'obbligatorietà di un possessivo, e l'uso della prima persona (inclusiva) per la forma di citazione dei nomi delle parti del corpo in hixkaryana (Derbyshire 1979: 69, 194).
(14)   In via ipotetica si potrebbe forse sostituire al primo ordine di fattori quello di un "dato semantico di espressione di parte-del-tutto", categoria altrettanto obbligatoria quanto quella vista per i nomi di parentela e allo stesso modo di quest'ultima relativamente differenziata rispetto all'"inalienabilità del rapporto".   Un aspetto marginale, che non si potrebbe tuttavia escludere dalla considerazione se si volessero ricercare  fattori caratterizzanti anche per i nomi di parti del corpo, è il "tabù linguistico", dato semantico di frequente ricorrenza in questo ambito lessicale, con conseguenti modificazioni anche morfologiche e sintattiche in numerose lingue del mondo.
(15)  Si veda anche la situazione dei dialetti neo-aramaici occidentali, riportata da Diem 1986: 246, in cui le parti del corpo compaiono quasi sempre accompagnate da un pronome riferito al possessore (situazione, che troverebbe estesi riscontri in arabo classico, ivi, 247).
(16)  Per una estesa bibliografia degli studi riguardanti i problemi connessi con questo documento, rimando a Chiera 1986.
(17)   Su ciò si veda, tra l'altro, Díaz Esteban 1962.
(18)  Esistono anche lingue che presentano invece occorrenze assai più estese di termini di parentela «simmetrici», anche tra individui appartenenti a generazioni diverse, come "nonno" o "zio" vs .  "nipote" (cf., p.es., Dixon 1972: 234), o in cui, viceversa, (p.es. in cinese), non esiste simmetria di termini tra "fratelli" essendo sempre denotata l'età rispettiva.
(19)  Si veda anche, Gen. 9.5, un uso di ah'  in ebr. con analogo valore di reciprocità.  Il valore di "un equivalente", "un altro" assegnato a termini letteralmente traducibili con "fratello" (o "sorella") è estesamente osservabile in tutte le lingue camitosemitiche.  Ricordo, a solo titolo di esempio, le "sorelle" di ka:na , di 'inna , ecc. nella terminologia grammaticale araba, o, in berbero, espressioni come akk yadjdj ixs ad-i<edda i-u-ma-s  "chacun voulait dépasser son frère [= l'autre]" (A. Basset 1961, 332) ,  o le<mer' tes<i awal yugwaren egma-s "elle n'a jamais dit un mot plus haut que l'autre"; ta<ekkwazt-a tugwar weltma-s "ce bâton est plus grand que l'autre" (Dallet 1982, 261, 267).
(20)  Questa versione è sostanzialmente seguita anche da Shea 1984:146.
(21)  Sugli usi, ormai incontestabili, di come particella genitivale, v. da ultimo Lambert 1987:358.   Già Pomponio (1980:236) proponeva di vedere in una particella grammaticale, in funzione anticipatoria di mì-nu-ma : "del fratello qualsiasi desiderio esca dalla bocca io esaudisco" (v. anche Chiera 1986:82).  Ne risulta però un costrutto involuto e poco frequente nelle lingue semitiche settentrionali (Pennacchietti 1984:274-5).
(22)  Mi rendo conto che la ripetizione della formula an-da  shesh ù an-na  shesh (III 7-11) senza la conclusione lú shesh  potrebbe far dubitare di questa proposta interpretativa, in quanto si verrebbe comunque a postulare un'integrazione (d'altra parte integrazioni sembrano comunque necessarie anche dopo II 7 e soprattutto III 3) ma  è un fatto che il senso compiuto della frase che segue la prima enunciazione ha inizio da mì-nu-ma  e quindi l'unica alternativa alla presente proposta è quella di lasciare  lú shesh come interiezione dal valore enigmatico.