Atti del Sodalizio Glottologico Milanese , vol. XXIX (1987-88) [1989],
51-61
SEDUTA DELL' 8.2.1988
COMUNICAZIONI:
V.BRUGNATELLI:
I nomi di parentela a Ebla
La presente comunicazione non si propone di affrontare
problemi attinenti agli aspetti antropologici collegati alla semantica dei
termini di parentela,(1) argomento vastissimo e già
oggetto di innumerevoli studi nelle più svariate lingue del mondo,
in quanto strettamente connesso con le concezioni del mondo e della società
da parte delle comunità di parlanti che adottano questo o quel sistema
di classificazione dei rapporti di parentela. Le questioni che mi accingo
ad esaminare riguardano invece l'aspetto morfologico-sintattico dei nomi
indicanti termini di parentela, aspetto che mi risulta indagato in modo assai
meno esteso ed organico di quello semantico.
Lo spunto per queste riflessioni mi è stato offerto
da una particolarità piuttosto rimarchevole presentata dai nomi
di parentela eblaitici quando vengono scritti con sumerogrammi. La
particolarità in questione, rilevata già da diversi studiosi
a proposito di termini isolati, è stata illustrata in modo globale
da J. Krecher (1984: 145-6), il quale osservava l'originalità eblaitica
di presentare "Verwandtschaftsbezeichnungen (...), bei denen das Sumerogramm
ein redundantes Pronominalsuffix 'mein', 'sein' aufweist. ShESh. MU,
A.MU, NIN.NI, AMA.MU, PAP.MU (2) meinen als sumerische Wörter
'mein Bruder', 'mein Vater', 'seine Schwester', 'meine Mutter', 'mein Onkel',
als Sumerogramme jedoch nur 'Bruder', 'Vater' usw."(3)
Se per gli assiriologi questo fenomeno privo di paralleli
nelle lingue antiche appare a prima vista sconcertante, per chiunque abbia
qualche consuetudine con i dialetti berberi esso non può non richiamare
alla mente in modo impressionante il particolare comportamento dei nomi di
parentela in berbero. In tutti i dialetti berberi, infatti, i
nomi di parentela sono caratterizzati dalla presenza obbligatoria di un pronome
suffisso che specifichi la persona con cui essi sono in rapporto. In
assenza di marche pronominali evidenti, il nome viene riferito alla prima
persona (è evidente l'origine pragmatica del fenomeno).(4)
Riporto qui quasi per esteso la descrizione che del fenomeno fa Th. G. Penchoen
(1973, 23) a proposito del parlare degli Ait Frah, avvertendo che in
generale la situazione degli altri parlari non si discosta da tali principi.
"Syntaxiquement, l'essentiel réside dans le caractère obligatoire
de la détermination personnelle de ces noms. Le seul choix que
le sujet parlant puisse faire est celui de la personne. Lorsque
les besoins de la communication appellent une autre détermination
..., le sujet parlant accompagne ces noms d'un élément pronominal
syntaxiquement redondant" (vale a dire, ad esempio: mmi-s m-mmi-s n-NP
"il nipote di NP" [lett. = figlio-suo di-figlio-suo di-NP] ). "Le fait
qu'ils n'aient pas de détermination pour la première personne
suggère que ces noms de parenté sont conçus en premier
lieu -- et à des nuances près -- comme des noms propres.
La détermination obligatoire, aux personnes autres que la première
personne singulier, représenterait en quelque sorte une renominalisation
d'un nom propre. Cette nominalisation n'est pas nécessaire
pour la première personne puisque le nom propre -- indiqué
comme tel par l'absence de déterminant -- sera tout de suite compris
comme 'celui que moi, la personne qui parle, appelle...'. Pour les
autres personnes cependant, une précision sera toujours nécessaire
et celle-ci se voit retenue même lorsqu'elle est sans information."
(ivi).
Per ritornare, sulla scorta di questa tipologia di comportamento
dei nomi di persona, ai sumerogrammi di Ebla, è evidente che
i fatti eblaiti potrebbero trovare una facile spiegazione ipotizzando che
in eblaitico i nomi di parentela contenessero, al pari dei nomi di parentela
berberi, un rimando obbligatorio ad una persona, esplicitato da un pronome
personale o implicitamente riferito alla prima persona singolare in caso
di assenza di marche esteriori pronominali.
La prima ipotesi che si affaccia alla mente per spiegare
questa congruenza eblaito-berbera è quella della conservazione, da
parte di queste lingue, di un tratto comune camitosemitico andato perduto
nelle altre lingue del gruppo. A confortare questa prima impressione
si viene ad aggiungere la constatazione di fenomeni analoghi anche nell'area
cuscitica, in un dialetto agaw centrale (khamtanga). Come rileva infatti
Appleyard (1987, 261), "During vocabulary elicitation, as citation forms,
all kinship terms were provided with a pronominal possessive proclitic.
Hence I have quoted such items as bound forms" (Analogamente a p. 251, n.
21: "kinship terms normally appear in composition with a prefixed pronominal
possessive"), e le forme riportate per illustrare il paradigma della declinazione
dei nomi di parentela (260) sono quelle con il pronome di prima persona,
mentre anche quando sia espresso un possessore si preferisce l'inserimento
del pronome possessivo di terza persona: arshäyz ngi-sin
"the farmer's sister" (lett.: "farmer, his-sister").(5)
Il fenomeno è presente in modo del tutto analogo,
in aree adiacenti o prossime a quelle delle lingue camitosemitiche, in nubiano,
in shilluk e in lingue "bantoidi" come il babungo (Camerun), dove specificazioni
possessive sono sempre obbligatorie con i nomi di parentela (Zavadovskij-Smagina
1986: 56; Kohnen 1933: 38-9; Schaub 1985:387) (6).
Tuttavia, ampliando il campo di osservazione anche al
di là delle lingue camitosemitiche e dell'Africa centro-settentrionale,
capita con una certa frequenza di rilevare, si può dire in lingue
di ogni parte del mondo, l'esistenza di particolari condizionamenti morfologico-sintattici
dei termini di parentela (condizionamenti sovente analoghi a quelli testé
descritti), che di fatto finiscono per individuare, all'interno della più
vasta categoria del «nome», una classe di «nomi di parentela»
dotata di caratteristiche peculiari, non limitate al mero dato semantico.(7)
La costanza di questi fenomeni, indipendente da apparentamenti genealogici
o tipologici, impone un ridimensionamento del significato da attribuire a
queste congruenze tra lingue appartenenti sì ad una stessa macrofamiglia,
ma separate da una così grande distanza nel tempo e nello spazio.
* * *
Recentemente è invalsa l'abitudine di accomunare
tutte o gran parte delle particolarità di nomi come quelli di parentela
sotto l' "etichetta" globale della «inalienabilità» (8),
sotto cui ricadono anche altre categorie di nomi, come quelli designanti
parti del corpo (si vedano, più avanti, alcuni esempi di comportamento
di tali nomi analogo a quello dei nomi di parentela in ambito camitosemitico)
o affezioni dell'animo, ecc. Dal momento però che l' "inalienabilità"
in sé non è una "spiegazione" dei fenomeni ma, al più,
una comoda definizione di un dato ordine di problemi, mi è parso opportuno
cercare di enucleare i diversi fattori che concorrono alla costituzione di
queste particolarità, limitandomi in particolare a quelle dei nomi
di parentela.
Mi sembra che i fattori che si possono ritenere all'origine
di questa caratterizzazione formale dei nomi di parentela rispetto agli altri
nomi siano essenzialmente i cinque sotto elencati, ciascuno più o
meno influente a seconda della maggiore o minore propensione delle diverse
lingue a marcare morfologicamente le differenti categorie coinvolte.
Il primo e, nel caso specifico dei nomi di
parentela in berbero e dell'eblaitico, più importante parametro è
quello che discende in modo più diretto dal dato semantico,
per cui un termine di parentela, in quanto espressione di un rapporto
intercorrente tra due persone, contiene sempre, nei tratti semantici che
lo compongono il riferimento ad un'altra persona (l' EGO delle descrizioni
scientifiche), riferimento che in numerose lingue del mondo viene obbligatoriamente
espresso, per lo più sotto forma di pronome possessivo inscindibile
dal nome di parentela, presentando come forma meno marcata quella della prima
persona.
É solo come secondo ordine di fattori che
comprenderei la circostanza del «possesso (ma forse dovremmo
dire «rapporto») inalienabile» in senso stretto,
che caratterizza la maggior parte delle relazioni di parentela (perlomeno
quelle di consanguineità). Questa categoria è largamente
connessa con quella precedentemente esposta, in quanto ha anch'essa a che
fare con la rappresentazione semantica dei termini coinvolti. Sotto
quest'ultima accezione ritengo però che vada più propriamente
compresa solamente la differenza nel "tipo di rapporto" che lega al possessore
i termini "inalienabili" rispetto a quelli "alienabili", differenza che non
emerge necessariamente se non al momento di specificare il possessore (in
molte lingue essa finisce per essere espressa con costruzioni "alternative",
per lo più di maggiore antichità, rispetto alle normali costruzioni
genitivali). Rispetto al primo ordine di fattori, tipico soprattutto
dei nomi di parentela, manca qui il carattere di obbligatorietà di
un'espressione, e prevale quello di potenzialità.
Il terzo fattore di cui si deve tener conto è
quello della determinazione, che per molti termini di parentela «esclusivi»,
che individuano, cioè, una sola e ben precisa persona, è implicitamente
contenuta nel termine stesso e non richiede altri mezzi di espressione.(9)
In questo modo, i nomi coinvolti finiscono spesso per condividere molte delle
caratteristiche dei nomi propri (forse più della categoria formale
della «determinazione» bisognerebbe qui parlare della categoria
pragmatica della «presupposizione di notorietà»).
Da questo punto di vista, un ruolo importante nella nascita delle particolarità
morfologiche e sintattiche dei nomi di parentela andrà riconosciuto
al loro frequente impiego all'interno dell'«enunciazione».(10)
In particolare, nel caso delle peculiarità prese qui in esame,
sarà senz'altro da riconnettersi con l'ambito dell'enunciazione il
fatto che la persona scelta come non-marcata, là dove una determinazione
personale è sempre presente, sia la prima persona.
Le ultime due caratteristiche, doverosamente citate in
quanto anch'esse contribuiscono a determinare alcune particolarità
dei nomi di parentela, sembrano rivestire un'importanza secondaria, almeno
all'interno delle lingue camitosemitiche. Un quarto aspetto,
comune a molti termini di parentela (ancorché non a tutti) e
che può anch'esso venire marcato in modo morfologicamente caratterizzato
in diverse lingue del mondo, è quello della «non-numerabilità».
Nelle lingue camitosemitiche esso non dà luogo se non a fenomeni marginali,
come ad esempio l'assenza di veri "plurali" per alcuni termini usati in senso
proprio, come quello per "padre" (l'ebr. 'abôt
sta in realtà per "progenitori").
Una quinta caratteristica, limitata alle lingue
in cui è presente una distinzione formale dei generi (maschile
vs. femminile), è tipica di alcuni nomi di parentela,
ed è quella di fare a meno di marche morfologiche di genere, in quanto
denotanti, spesso, referenti appartenenti "per definizione" all'uno o all'altro
genere.(11)
Non sembra però possibile individuare in questo costanti valide per
tutte le lingue: si pensi che le lingue indeuropee distinguono perlopiò
"figlio" da "figlia" e "fratello" da "sorella" con nomi radicalmente diversi
privi di marche di genere, mentre tutte le lingue semitiche derivano i corrispondenti
termini femminili da quelli maschili con una normale mozione di genere.
Se escludiamo il primo, caratteristico di nomi di parentela,
i successivi tre ordini di fattori (12) stanno
pure alla base di analoghe particolarità morfosintattiche che in diverse
lingue caratterizzano anche il lessico di altri particolari ambiti semantici,
come per esempio la terminologia delle parti del corpo (13)
(possesso inalienabile, determinatezza, restrizioni in fatto di numerabilità
(14):
si pensi alla categoria del duale, tipica di tante parti del corpo). Per
esempio, probabilmente è sempre a questo ordine di fenomeni che ci
si deve rifare per spiegare anche la presenza, fin qui enigmatica, di un
possessivo mu ("mio") aggiunto a tutti i termini di una
lista antico-babilonese di parti del corpo (MSL IX 49 ss.): la lingua
dei compilatori di questa lista (in sumerico), qualunque essa fosse, doveva
assai verosimilmente conservare una nozione possessiva inscindibilmente legata
ai termini designanti parti del corpo.(15)
L'ipotesi di W.G. Lambert (1987: 358) che -mu aggiunto a nomi
esprimenti termini di parentela a Ebla e parti del corpo nella citata lista
lessicale non stesse per il pronome di prima persona ma fosse il nome "riga"
(di un testo) o "voce" (di una lista) è inverosimile per motivi storici,
e viene inoltre esclusa dalle frequenti ricorrenze a Ebla di termini di parentela
così contrassegnati anche all'interno di testi non lessicali (oltre
che dall'esistenza di altri «possessivi obbligatori», come nel
caso di "[sua-]sorella").
* * *
Per tornare ai fatti eblaiti, desidererei concludere con
alcune osservazioni, alla luce di quanto fin qui osservato, su alcuni brani
di un documento già molto noto e dibattuto: la lettera del sovrano
di Ebla a quello di Hamazi (TM.75.G.2342). Ovviamente, non è
qui la sede per una trattazione approfondita circa il contesto che ha causato
la stesura di questa lettera (ammesso che si tratti di una missiva autentica
e non di un'esercitazione scribale).(16) Mi limiterò ad
osservazioni riguardanti le formule di saluto, che contengono a più
riprese il termine per "fratello".
L'uso di apostrofare il destinatario di una lettera con
l'epiteto di "fratello" è comune nell'epistolografia semitica posteriore, (17)
e questa attestazione ad Ebla, in pieno terzo millennio, costituisce un'autorevole
conferma della sua antichità. A livello sociolinguistico l'impiego
di questo termine doveva equivalere a stabilire un rapporto su un piano di
parità quanto a condizione sociale tra i due interlocutori (contrariamente,
p.es., all'uso epistolare di acc. aradka / be:liya , aram.
'bdk / mr'y "tuo servo"/"mio signore", indice di una
condizione di inferiorità dello scrivente rispetto al ricevente),
ed è per questo che capita di trovare dichiarazioni di "fratellanza"
anche in lettere tra padre e figlio. L'origine, intuitiva, di questo
uso risale alla proprietà del termine "fratello" di essere, nelle
lingue camitosemitiche, uno dei pochi termini di parentela «simmetrici»,
tali cioè da poter essere usati indifferentemente per riferirsi ad
ambedue le persone in rapporto tra loro (a differenza, p.es., di "padre"
rispetto a "figlio", ecc.).(18) Da qui l'estensione «metaforica»
dell'uso di questo termine di parentela ai più svariati ambiti, in
espressioni di equivalenza o di reciprocità come acc. ahum aham
; ahish "l'un l'altro" .(19)
Dopo una breve introduzione ("Così [parla] Ibubu,
soprintendente del palazzo del sovrano, al messaggero:", r. I 1-7), viene
una formula (an-da shesh ù an-na shesh
lú shesh mì-nu-ma al-du11-ga
s'i ka an-na in-na-sum..., ) che Pettinato (1979:120-1;
1986:398) così traduce: "Tu (sei mio) fratello e io (sono tuo) fratello;
(a te) uomo-fratello qualsiasi desiderio che esca dalla bocca io esaudisco..." (20)
.
Se immaginiamo, sulla scorta di quanto detto nella prima
parte di questo lavoro, che il nome per "fratello" a Ebla contenesse
di per sé un riferimento alla prima persona quando non era esplicitamente
specificato da pronomi suffissi o da nomi in genitivo, la prima parentesi
non avrebbe motivo di esistere non essendovi in realtà nulla da integrare:
an-da shesh = "tu sei mio fratello". Inoltre, il secondo
shesh richiederebbe una specificazione, che potrebbe essere rappresentata
da lú shesh, con lú corrispondente all'accadico sha
(21),
particella genitivale , e non a "uomo". La bizzarra espressione "uomo
fratello" ("brother man", Shea 1984:146) verrebbe così a scomparire
e si avrebbe "Tu sei mio fratello ed io sono fratello di mio fratello.
Qualsiasi desiderio, ecc.".(22)
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Appleyard, D.L., 1987 = «A Grammatical Sketch of Khamtanga -
I», BSOAS 50.2, 242-266
Basset, André, 1961 = Textes berbères de l'Aurès
(Parler des Ait Frah), Paris
Cagni, Luigi, 1984 = Il bilinguismo a Ebla (a cura di L.C.),
Napoli
---, 1987 = Ebla 1975-1985. Dieci anni di studi linguistici e filologici
(a cura di L.C.), Napoli
Catagnoti, A., 1988 = «I nomi di parentela nell'onomastica di
Ebla», in: P. Fronzaroli (ed.), Miscellanea Eblaitica, Firenze,
183-277
Chiera, Giovanna, 1986 = «Il messaggero di Ibubu», OA
25.1-2, 81-86
Colin, G.S., 1935 = «Noms de parenté et démonstratifs-rélatifs
possessifs en arabe», GLECS 2 (1934-37), 18-20
Dallet, Jean-Marie, 1982 = Dictionnaire kabyle-français.
Parler des At Mangellat - Algérie, Paris
Derbyshire, Desmond C., 1979 = Hixkaryana , Amsterdam (Lingua
Descriptive Studies 1)
Díaz Esteban, Fernando, 1962 = «Una formula de cortesía
epistolar de Ugarit, repetida en una carta judeoaramea del siglo V a.C.»,
Sefarad 22, 101-102
Diem, Werner, 1986 = «Alienable und inalienable Possession im
Semitischen», ZDMG 136.2, 227-291
Dixon, R.M.W., 1972 = The Dyirbal Language of North Queensland
, Cambridge
Fortescue, Michael, 1984 = West Greenlandic , Sydney (Croom
Helm descriptive grammars)
Gebert, Lucyna, 1981 = «Il sintagma nominale», in: Annarita
Puglielli (a cura di), Studi somali 2 - Sintassi della lingua somala,
Roma (s.d.)
Greenberg, Joseph H.., 1978 = «How Does a Language Acquire Gender
Markers?», in J.H.G. (ed.) Universals of Human Language , vol.3,
Stanford, pp.47-82
Kohnen, B., 1933 = Shilluk Grammar , Verona
Krecher, Joachim, 1984 = «Sumerische und nichtsumerische Schicht
in der Schriftkultur von Ebla», in Cagni 1984, pp. 139-166
---, 1987 = «Über Inkonsistenz in den Texten aus Ebla»,
in Cagni 1987, 177-197
Labat, R., 1935 = Observations a proposito di Colin 1935, ivi,
p.20
Lambert, Wilfred G., 1987 = «The Treaty of Ebla», in Cagni
1987, 353-364
Penchoen, Thomas G., 1973 = Etude syntaxique d'un parler berbère,
Napoli (Studi Magrebini, vol. n° 5)
Pennacchietti, Fabrizio, 1984 = «Modi e forme del sintagma genitivale
in semitico a partire dai testi di Ebla fino ai giorni nostri», in
Cagni 1984, 267-293
Pettinato, Giovanni, 1979 = Ebla, un impero inciso nell'argilla
, Milano
---, 1986 = Ebla. Nuovi orizzonti della storia , Milano
Pomponio, Francesco, 1980 = Recensione a Pettinato 1979, RSO
54.1-2, 232-237
---, 1987 = «La datazione interna dei testi economico-amministrativi
di Ebla», in Cagni 1987, 249-262
Schaub, Willi, 1985 = Babungo , London-Sydney (Croom Helm descriptive
grammars)
Shea, William H., 1984 = «The Form and Significance of the Eblaite
Letter to Hamazi», OA 23.3-4, 143-158
Waetzoldt, Hartmut, 1987 = «Frauen (dam) in Ebla», in
Cagni 1987, 365-7
Zavadovskij, Juri N. - Smagina, E.B., 1986 = Nubijskij jazyk
, Moskva ("Jazyki Narodov Azii i Afriki")
NOTE
(1) Per problematiche
di questo tipo, rimando ad alcune osservazioni che sono già state
fatte circa il reale significato di alcuni nomi di parentela a Ebla, la cui
apparente intercambiabilità tra loro e con altre qualificazioni personali
fa pensare ad estesi usi metaforici (al pari di quelli arabi ed accadici
ricordati da Colin e Labat 1935). Già Pomponio (1980:235) esprimeva
il sospetto che "dei tanti 'figli' e 'figlie' del re solo per alcuni si tratti
di effettivi rampolli di Ebrium e che per gli altri il termine sia da intendere
nel senso di 'funzionari' del re", e sul problema tornano, tra gli altri,
Krecher (1987 :190) e Pomponio (1987:251, n.6), che rilevano l'esistenza
di scambi dumu.nita/ lú, shesh/lú, con valore di "figlio" (o
"fratello")/ "dipendente" (ecc.), e Waetzoldt (1987), che cerca di chiarire
il valore di dam en, che appare attribuito alle più svariate
figure, e non solo alla "moglie del re". Sui nomi di parentela nell'onomastica
v. ora Catagnoti 1988.
(2) Le relative
corrispondenze in semitico date dai vocabolari bilingui sono: "fratello"
(ShESh. MU) = a-hu-um [* ahum] (VE 1034); "padre"
(A.MU) è privo di corrispondente ebl.; "sorella" (NIN.NI )= a-ha-tum
[* ahtum] (VE 1183); "madre" (AMA.MU)=ù-mu-mu
[*ummum] (VE 1044); "zio" (APA.MU)=da-tum [* da:dum]
(EV 1161).
(3) Questa è
la situazione più diffusa, e caratteristica, p.es., dei dizionari
eblaiti; nei testi troviamo alternanze irregolari, con e senza suffisso,
dovute probabilmente a semplici consuetudini grafiche: "padre" e "sorella"
compaiono quasi sempre con il pronome possessivo, "fratello" con e senza;
"madre" (e "nonna") prevalentemente senza . Così, con "padre"
è frequente A.MU-sù "suo p.", e anche: NP a.mu NP ("NP
p. di NP") in ARET 5, 1 e 3, più volte abbiamo (d)I-li-lu
a.mu dingir.dingir.dingir ("Enlil, padre degli dei"); lo stesso vale per
"sorella": NIN.NI-sù "sua sorella", ed anche, p.es.,
NIN.NI en "s. del re" (Krecher 1987, n.39). Viceversa, nei testi "madre"
è solitamente scritta senza suffisso, p. es. AMA-sù
(Verdetto per Amur-Damu, SEb III, 66); AMA NP, ARET
3, 215 v. VI.15; si veda anche AMA.GAL-ga (ivi, 43) "tua nonna".
Quanto a "fratello", in ARET 3 esso compare una volta sola come ShESh.MU
mentre di solito viene scritto solo ShESh (si veda anche il pl. ShESh .ShESh-sù
, SEb IV, 37).
(4) Notevole come
i termini di parentela espressi con prestiti dall'arabo si presentino (in
tutte le persone) con la forma accompagnata dal pronome di prima singolare,
p. es. xali "(mio) zio (per parte di madre)", xali-s
"suo zio", ecc. < ar. xa:l-i: "mio zio".
(5) Per quanto
riguarda il fatto di comparire preferibilmente accompagnati da un pronome,
originariamente "anaforico", ma ormai solo caratteristico per i nomi di parentela
in neo-aramaico occidentale e in T'uroyo, v. l'estesa trattazione di Diem
1986: 236-239.
(6) Inoltre in
queste lingue capita che i pronomi presentino una serie di forme particolari
limitate ad un uso coi termini di parentela, ovvero che i termini stessi
subiscano modificazioni irregolari in unione con i possessivi (si confrontino
anche, in ambito camito-semitico, le serie pronominali del berbero e le forme
come abu:hu, axu:hu in semitico. Si tratta comunque
anche per questi fenomeni di fatti presenti estesamente in numerosissime
lingue del mondo).
(7) Limitandomi
all'obbligatorietà di un possessivo, e all'impiego di prime persone
nelle forme meno marcate dei nomi di parentela, ricordo solo, a titolo di
esempio, una lingua caraibica come lo hixkaryana (Derbyshire 1979: 69, 192
ss.), od una eschimese come il groenlandese occidentale (Fortescue 1984:
123)
(8) Sull'argomento,
in ambito camito-semitico, rimando da ultimo all'esteso studio di W. Diem
1986, con l'estesa bibliografia ivi citata.
(9) Così
si spiega, ad esempio, il comportamento dei nomi di parentela somali (del
tutto analogo alla norma dell'italiano) che non ammette l'articolo con (alcuni)
nomi di parentela determinati dal possessivo, come abbahay ("mio
padre") e non **abbahayya ("**il mio padre"), e così
via (Gebert 1981:53). Si vedano anche le osservazioni di Greenberg
(1978:66) a proposito della riluttanza dei nomi di parentela ad essere accompagnati
da un articolo.
(10) Per approfondimenti,
in ambito camitosemitico, di questa feconda categoria benvenistiana, si veda
la comunicazione di F. Aspesi in questo stesso fascicolo di Atti SGM.
(11) É
assai verisimile che una spiegazione di ciò vada vista nella sopra
ricordata tendenza da parte dei nomi di parentela a fare a meno di "articoli",
da cui storicamente discendono di frequente "marche di genere" (Greenberg
1978: 66).
(12) Il
quinto aspetto non si può applicare se non a nomi designanti esseri
animati.
(13) Si veda,
p.es., l'obbligatorietà di un possessivo, e l'uso della prima persona
(inclusiva) per la forma di citazione dei nomi delle parti del corpo in hixkaryana
(Derbyshire 1979: 69, 194).
(14) In
via ipotetica si potrebbe forse sostituire al primo ordine di fattori quello
di un "dato semantico di espressione di parte-del-tutto", categoria altrettanto
obbligatoria quanto quella vista per i nomi di parentela e allo stesso modo
di quest'ultima relativamente differenziata rispetto all'"inalienabilità
del rapporto". Un aspetto marginale, che non si potrebbe tuttavia
escludere dalla considerazione se si volessero ricercare fattori caratterizzanti
anche per i nomi di parti del corpo, è il "tabù linguistico",
dato semantico di frequente ricorrenza in questo ambito lessicale, con conseguenti
modificazioni anche morfologiche e sintattiche in numerose lingue del mondo.
(15) Si veda anche
la situazione dei dialetti neo-aramaici occidentali, riportata da Diem 1986:
246, in cui le parti del corpo compaiono quasi sempre accompagnate da un
pronome riferito al possessore (situazione, che troverebbe estesi riscontri
in arabo classico, ivi, 247).
(16) Per una estesa
bibliografia degli studi riguardanti i problemi connessi con questo documento,
rimando a Chiera 1986.
(17) Su
ciò si veda, tra l'altro, Díaz Esteban 1962.
(18) Esistono
anche lingue che presentano invece occorrenze assai più estese di
termini di parentela «simmetrici», anche tra individui appartenenti
a generazioni diverse, come "nonno" o "zio" vs . "nipote" (cf.,
p.es., Dixon 1972: 234), o in cui, viceversa, (p.es. in cinese), non esiste
simmetria di termini tra "fratelli" essendo sempre denotata l'età
rispettiva.
(19) Si veda anche,
Gen. 9.5, un uso di ah' in ebr. con analogo valore di reciprocità.
Il valore di "un equivalente", "un altro" assegnato a termini letteralmente
traducibili con "fratello" (o "sorella") è estesamente osservabile
in tutte le lingue camitosemitiche. Ricordo, a solo titolo di esempio,
le "sorelle" di ka:na , di 'inna , ecc. nella terminologia
grammaticale araba, o, in berbero, espressioni come akk yadjdj ixs ad-i<edda
i-u-ma-s "chacun voulait dépasser son frère
[= l'autre]" (A. Basset 1961, 332) , o le<mer' tes<i awal
yugwaren egma-s "elle n'a jamais dit un mot
plus haut que l'autre"; ta<ekkwazt-a
tugwar weltma-s "ce bâton est plus grand
que l'autre" (Dallet 1982, 261, 267).
(20) Questa versione
è sostanzialmente seguita anche da Shea 1984:146.
(21) Sugli usi,
ormai incontestabili, di lú come particella genitivale,
v. da ultimo Lambert 1987:358. Già Pomponio (1980:236)
proponeva di vedere in lú una particella grammaticale,
in funzione anticipatoria di mì-nu-ma : "del fratello qualsiasi desiderio
esca dalla bocca io esaudisco" (v. anche Chiera 1986:82). Ne risulta
però un costrutto involuto e poco frequente nelle lingue semitiche
settentrionali (Pennacchietti 1984:274-5).
(22) Mi rendo
conto che la ripetizione della formula an-da shesh ù
an-na shesh (III 7-11) senza la conclusione lú shesh
potrebbe far dubitare di questa proposta interpretativa, in quanto si verrebbe
comunque a postulare un'integrazione (d'altra parte integrazioni sembrano
comunque necessarie anche dopo II 7 e soprattutto III 3) ma è
un fatto che il senso compiuto della frase che segue la prima enunciazione
ha inizio da mì-nu-ma e quindi l'unica alternativa alla presente
proposta è quella di lasciare lú shesh come interiezione
dal valore enigmatico.