"Osservazioni sulla nascita del genere grammaticale in camitosemitico"
Atti del Sodalizio Glottologico Milanese  30 (1988-89) [1992], 147-158

1.     L' indagine tipologica. 
1.1.   Classi e genere.   
2.     La indagine di Greenberg.   
2.1.   L'articolo «non generico».   
2.2.   La nascita dell'accordo.   
2.3.   Nascita dei morfemi di classe.   
3.     La situazione camitosemitica e indeuropea.   
3.1.   Le lingue indeuropee   
3.2.   Le lingue camitosemitiche
3.2.1. Mancanza di pronomi corrispondenti ai morfemi
3.2.2. Mancanza di un morfema di maschile
3.2.3. Svariati valori di -t
       RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
 
 
Seduta dell'8.5.1989


VERMONDO BRUGNATELLI
Osservazioni sulla nascita del genere grammaticale in camitosemitico


1. L' indagine tipologica
    I numerosi studi fin qui esistenti sulla distinzione dei generi nelle lingue camito semitiche si sono per lo più limitati a cercare di determinare le circostanze che hanno dato luogo alla nascita di questa categoria morfo-sintattica in tali lingue, senza però mai spingersi ad affrontare in modo sistematico la questione in un quadro più generale, che consideri anche altre famiglie linguistiche dotate di genere grammaticale (1).  Manca quindi una "teoria generale" sulla tipologia della nascita di differenti classi nominali (non necessariamente correlate al sesso ) caratterizzate sia morfologicamente mediante morfemi in qualche modo omogenei sia sintatticamente attraverso fenomeni di accordo (soprattutto nell'ambito dei determinanti del nome, ma anche nel pronome e nel verbo).  Una ripartizione dei sostantivi in classi nominali è attestata in numerose lingue del mondo e si può quindi pensare, almeno a livello di ipotesi di lavoro, che la loro origine sia condizionate da un certo numero — limitato — di fattori, presenti in diverse lingue e suscettibili di un'indagine tipologica che travalichi le singole famiglie linguistiche. 
    Studi di tipologia del divenire linguistico dedicati alla questione generale del modo in cui può avvenire l'estensione delle marche morfologiche di genere all'interno dell'intero lessico di una lingua si sono avuti solo di recente.  Il contributo che fin qui appare più significativo da questo punto di vista è stato fornito da uno dei «padri» delle moderne ricerche di tipologia linguistica finalizzate all'acquisizione di norme «universali»: Joseph H. Greenberg (2).   Come vedremo, però, dal suo contributo emerge un quadro teorico che, ancorché idoneo a spiegare nel modo più convincente numerosi fenomeni di tante lingue del mondo, poco si presta ad essere applicato rigidamente alle lingue camitosemitiche (ed anche, per la verità, a quelle indeuropee). Tant'è vero che l'analisi è stata da lui condotta soprattutto  nell'ambito delle lingue africane (che spesso presentano complicati sistemi di generi e di classi nominali), mentre è curioso come, nonostante la contiguità geografica, le lingue camitosemitiche non sono state utilizzate se non per esemplificare fenomeni diversi da quello della nascita dei generi.(3)   Lo scopo principale di questa comunicazione è proprio quello di indagare le differenze esistenti tra il modello teorico elaborato da Greenberg e la situazione ricostruibile per le lingue camitosemitiche.  

1.1. Classi e genere
    Come premessa terminologica, ricordo innanzitutto come, parlando di classi e generi nominali, si debbano tenere distinte due situazioni tutto sommato diverse: quella in cui una lingua presenta classi nominali morfologicamente distinte ma senza fenomeni sintattici di accordo («noun class systems», nella terminologia greenberghiana)(4),  e quella in cui invece, oltre alla ripartizione dei nomi tra varie classi, esiste un accordo in base al quale la scelta di un nome appartenente ad una data classe determini anche la scelta tra serie di forme alternative di morfemi o di parole che a tale nome si riferiscono, p.es. articoli, dimostrativi, aggettivi, pronomi indipendenti usati anaforicamente, indici pronominali-soggetto incorporati nelle forme del verbo, ecc. (per Greenberg: «noun gender systems»).
    Non sempre questa distinzione teorica viene osservata negli studi sulla nascita del genere, ma, come vedremo, si tratta di un punto cruciale, anche perché il passaggio dall'una all'altra fase è tutt'altro che automatico e scontato, e al riguardo la stessa indagine di Greenberg finisce per lasciare un ampio spazio alle ipotesi indimostrate.

2. La indagine di Greenberg
    Per entrare nel merito della ricerca, Greenberg ha innanzitutto esaminato il processo di rideterminazione delle marche di classe avvenuto o in palese corso di svolgimento in numerose lingue africane dotate di generi.  Successivamente le osservazioni fatte a proposito di questi fenomeni di «rinnovamento» delle marche di genere in alcune lingue africane, state estese ad altre lingue del mondo munite di classi nominali e/o di genere grammaticale.
    All'interno del gurma, sottogruppo della più vasta famiglia delle lingue voltaiche, si presentano quattro tipi di situazione, corrispondenti, assai verisimilmente, a quattro stadi di avanzamento di questo fenomeno di rinnovamento delle marche di genere:
  1. Lingue che, come il moba, hanno solo suffissi di classe (punto di partenza);
  2. Lingue, come il gurma, in cui la marca di classe può anche comparire davanti al nome con un valore di articolo determinativo;
  3. Lingue, come il gangam, in cui questo articolo non ha solo valore di articolo determinativo ma ha assunto anche altre funzioni, che Greenberg denomina di articolo «non-generico»;
  4. Lingue, come l'akasele, in cui questo «articolo» si è finalmente saldato al nome, dando luogo a marche di genere sia pre- che suffissali (punto di arrivo dell'evoluzione).
    Si può quindi tracciare una linea evolutiva che dall'assenza di marche di genere (1) va alla nascita di un articolo (2), alla sua progressiva estensione in usi «non generici» (3) ed infine alla nascita di vere marche di classe (4).

2.1. L'articolo «non generico»

    La fase forse più interessante è quella dell'articolo «non generico», che comprende, oltre ai contesti in cui il nome è definito, anche quei casi in cui si fa riferimento ad un nome specifico, per cui però l'italiano o l'inglese userebbero un articolo indefinito, p.es. in frasi del tipo sto cercando un libro  (intendendo un libro specifico, che io ho in mente, non un libro in generale, piuttosto, p.es. di un altro oggetto).  Benché oscillanti nelle diverse lingue che se ne servono, gli usi di questo articolo «non generico» testimoniano di una graduale estensione dell'articolo ad un numero sempre più ampio di contesti, che ha luogo a spese del valore di definitezza dell'articolo stesso, cosicché a lungo andare questo antico articolo finisce per trasformarsi in una marca nominale obbligatoria in ogni contesto e priva di qualunque valore di definitezza.
    Dopo avere osservato che fenomeni analoghi hanno luogo in altre lingue africane anche per rinnovare marche di genere prefissali con marche suffissali o pre-prefissali ecc., Greenberg osserva che:
    "A priori  non c'è motivo perché il processo attraverso il quale un articolo diventa una marca nominale debba limitarsi a lingue del gruppo Niger-Congo.  In secondo luogo, non c'è motivo perché ciò debba aver luogo solo in sistemi di generi che non comprendono il sesso come base semantica per il genere.(5)   In terzo luogo, è evidente che il processo non deve per forza limitarsi al rinnovamento di marche di genere, ed essere quindi ristretto a lingue che già possiedono marche di genere evidenti (...). In quarto luogo, come vedremo, non vi è motivo neppure perché questo processo sia ristretto a lingue già dotate di una qualsivoglia classificazione di generi" (p.58).
    Sulla base di queste ipotesi di lavoro, Greenberg analizza la situazione di numerose lingue al di fuori dei gruppi da cui era partito, trovando la conferma della possibilità di stabilire un «tipo» di nascita di morfemi di genere nel nome a partire da un articolo, e prima ancora da un  dimostrativo («stadio zero» del processo).  Il processo, del tutto analogo a quello esaminato a proposito del «rinnovamento» dei morfemi in lingue che già possedevano una distinzione dei generi, prevede così uno «stadio I» con nascita dell'articolo; uno «stadio II» con progressiva estensione degli usi di questo articolo (articolo «non generico»), e infine uno «stadio III» con la scomparsa pressoché totale delle forme prive di «articolo» e il suo scadimento a semplice marca nominale obbligatoria e distintiva di tante diverse classi nominali quante erano le forme di «articolo» degli stadi precedenti.

2.2. La nascita dell'accordo
    Ricavata in questo modo una sequenza abbastanza plausibile e documentata di passaggi «obbligati» nella nascita ed evoluzione di una distinzione morfologica di diverse classi nominali, resta da stabilire le possibili modalità di evoluzione dei fenomeni di «accordo».  Ovviamente, l'indagine su fatti sintattici —come l'accordo nel genere— è assai meno agevole e deve lasciare molto più spazio alle ipotesi di quella su fatti morfologici: di questi ultimi solitamente rimangono tracce evidenti, mentre sono rari i casi in cui si riesca a trovare solidi indizi relativi a fenomeni sintattici (perlopiù in casi di cristallizzazione e introduzione nella morfologia di antichi costrutti sintattici).
    Anche per la nascita dell'accordo un ruolo decisivo sembra essere svolto dai dimostrativi/pronomi di terza persona (a volte anche dagli indici di persona incorporati nel verbo, circostanza che può forse rivelarsi di una certa importanza, come vedremo più avanti a proposito del genere nelle lingue semitiche).   Senza entrare nel dettaglio come nello studio della nascita delle classi nominali, Greenberg si limita a rilevare che è una costante tendenza dei dimostrativi quella di produrre fenomeni di «concordanza».      E' opportuno qui ricordare l'importante distinzione che Greenberg opera tra concord  (per cui io adotto come equivalente italiano "concordanza"), e agreement  ("accordo" propriamente detto). Solo quest'ultimo è il termine che descrive la situazione dei generi nominali, per i quali vi è una scelta determinata dalla classe cui appartiene il nome reggente; viceversa una semplice concordanza (= estensione a due o più elementi di uno stesso trattamento sintattico) può aver luogo senza l'esistenza di classi nominali, per esempio là dove vi siano dei sostantivi declinati che richiedano aggettivi nello stesso caso (cfr. ungherese eb-ben a kert-ben  "in questo giardino", in cui sia eb-  "questo" sia kert- "giardino" sono al locativo).(6)   Se il dimostrativo da cui parte il processo non è distinto in base a categorie semantiche, come nel caso dell'«articolo» ebraico o arabo, avremo fenomeni di semplice «concordanza» (nel senso sopra descritto), p. es. ebr. ha-yyeled ha-t't'ov  "il bravo ragazzo", lett. "il ragazzo, il bravo".  Dove invece il dimostrativo è differenziato secondo i generi, avremo la nascita di un vero e proprio «accordo», p. es. berbero ta-funast ta-mghart  "la/una vecchia mucca" [< "(la) mucca (la) vecchia" (qui siamo già alla fase III senza più connotazioni di determinatezza per l'«articolo»(7))] che si contrappone a a-funas a-mghar  "il/un vecchio bue" [< "(il) bue (il) vecchio"].  E' evidente in entrambi i casi che questi fenomeni nascono da fatti di topicalizzazione, messa in rilievo, cioè, di un elemento noto (il sostantivo), con sua ripresa da parte di un dimostrativo: "il bue, quello vecchio".  E' così che i dimostrativi/marche di genere vengono estesi anche agli aggettivi, ma un fenomeno analogo può avvenire anche con i verbi, da topicalizzazioni come quelle che troviamo nei dialetti italiani settentrionali, tipo la Violetta, la (8) va  e risp. el va, el birocc , da cui si sono originate vere e proprie forme verbali distinte secondo i generi el va  / la va  (v. più avanti a proposito della situazione delle lingue semitiche).
   
2.3. Nascita dei morfemi di classe

    Per concludere, Greenberg pone il problema di come, in ultima analisi, si possa spiegare la nascita, all'interno dei dimostrativi, di  differenziazioni morfologiche correlate a differenziazioni semantiche.   Anche in questo caso l'indagione è volutamente limitata a pochi cenni.  Basandosi su suoi precedenti studi egli si limita a constatare l'importanza che possono avere assunto in questo contesto antichi «classificatori», elementi grammaticali caratteristici dei sintagmi numerativi in molte lingue del mondo, tra cui oggi il cinese e molte lingue del sud-est asiatico.  Si tratta di antichi nomi, spesso svuotati di valore autonomo e ridotti ad una presenza obbligatoria tra il numerale e ciò che viene contato. Essi presentano una spiccata tendenza ad estendere il proprio uso applicandosi in primo luogo anche ai dimostrativi, fondendosi poi con essi.    E' forse a fenomeni di questo tipo che si può imputare la nascita di dimostrativi connotati semanticamente, non solo per le categorie "maschile" / "femminile", ma anche secondo diversi altri criteri.

3. La situazione camitosemitica e indeuropea

    Il tentativo di applicare agli ambiti indeuropeo e camitosemitico le generalizzazioni sopra riportate, ricavate da Greenberg in ambito africano, appare piuttosto problematico.  Allo stato attuale degli studi, in nessuna di queste due famiglie linguistiche sembra a prima vista possibile ricostruire fasi con antichi dimostrativi/articoli agglutinati ai nomi e divenuti marche di classe, successivamente integrate in un sistema di generi con l'instaurarsi di fenomeni di accordo dati da morfemi discontinui costituiti sostanzialmente da ripetizioni degli stessi dimostrativi/articoli. 

3.1.  Le lingue indeuropee

    A dire il vero, a differenza del camitosemitico, l'indeuropeo sembra prestare qualche appiglio alle teorie greenberghiane, dal momento che è diffusa la convinzione che proprio nei dimostrativi stia il punto di partenza dell'innovazione del genere grammaticale in questa famiglia linguistica.  A partire dagli studi di Meillet, (9) si ritiene infatti probabile che la distinzione di maschile e femminile attuata nei dimostrativi con la contrapposizione di un tema in -o e di uno in -a:  [< *eH2] (qualcosa come nom. *so / *sa: , acc. *tom / *ta:m ) abbia potuto fornire lo spunto per un'estensione della distinzione dapprima agli altri pronomi, e successivamente agli aggettivi, alcuni dei quali («di valore astratto, come quelli significanti "uno", "intero", "stesso"» ) possedevano già una declinazione di tipo pronominale.  (Un ruolo importante nell'attribuzione ad -a:  di un valore specificamente femminile sembra rivestito dal nome indeuropeo della "donna", gr. gyné: [genitivo gynaikós], aat. quena , ecc., che pur non appartenendo alla categoria dei temi in -a: , pure al nominativo doveva avere una forma che terminava in -a: ).(10)

    Rispetto alla ipotesi di Greenberg l'ie. presenta dunque una leggera differenza in questo senso: che l'estensione della distinzione dei generi nelle parti del discorso diverse dai dimostrativi non sembra aver avuto luogo in base a agglutinazione dei dimostrativi stessi bensì in base a un semplice rimodellamento analogico.(11)   Viene alla luce in questo modo uno dei principali difetti delle indagini che soprattutto negli ultimi tempi si propongono di ricostruire arcaiche condizioni sintattiche sulla base della morfologia storicamente attestata: una visione eccessivamente meccanicistica, per cui si immagina che ogni affisso debba sempre provenire da agglutinazione di elementi un tempo indipendenti(12).  In realtà, la storia linguistica è ricca di esempi di fenomeni analogici che hanno fornito affissi senza passare attraverso stadi agglutinanti.  Tanto per fare un esempio, sempre all'interno delle lingue indeuropee, ricorderò solo il notevole influsso che la declinazione pronominale ha spesso esercitato su quella nominale, con la creazione, p. es., di nominativi plurali in -oi  nei temi in -o  in luogo delle forme "regolari" in *-o:s, senza che vi sia mai stata agglutinazione di un pronome *toi.
    Per il resto, quanto all'instaurarsi dell'accordo, è altamente probabile che l'indeuropeo procedesse proprio ad estensioni in usi non marcati di forme originariamente topicalizzate (come * sa:  gwna:  < * sa: ,  gwna: "celle-là, la femme": Martinet 1957, 93), in piena rispondenza con le ipotesi di Greenberg.

3.2.  Le lingue camitosemitiche

    Se per l'ie. si può pensare a una semplice messa a fuoco da apportare alla teoria di Greenberg sulla nascita del genere grammaticale, la situazione delle lingue camito-semitiche è assai più difficilmente conciliabile con essa, e solo ulteriori indagini permetteranno di stabilire se ciò sia dovuto a particolari fatti di questa famiglia che hanno portato ad offuscare un processo di validità generale, o se invece si debba postulare un secondo tipo di evoluzione, differente da quello di Greenberg.
    Premettendo di non sentirmi ancora in grado di fornire una risposta decisa a questi interrogativi, elencherò qui le maggiori difficoltà che si riscontrano nel confrontare la situazione cam.-sem. con quella "ideale" di Greenberg.

3.2.1. Mancanza di pronomi corrispondenti ai morfemi 

    Innanzitutto, è da notare come in tutta l'area semitica manchi un pronome corrispondente al morfema di femminile in dentale.  Là dove una distinzione dei generi viene espressa in ambito pronominale, la più antica forma femminile sembra essere marcata piuttosto da una terminazione -i  / -ay .(13)  Morfemi in -t  affissi ai pronomi sembrano per lo più dar luogo ad una declinazione e segnalare l'accusativo (cfr. shua:ti , ecc.)  Se si volesse seguire a tutti i costi un'ipotesi conforme alla trafila greenberghiana si potrebbe pensare che un antico pronome "femminile" *ta sia stato perduto dalle lingue semitiche (ma non dall'egiziano, dal berbero e da qualche lingua cuscitica come il begia), rimanendo visibile nell'indice di terza persona femminile a prefissi (*ta- ) (14).  E' curioso che proprio in antico egiziano, che a partire dal secondo millennio  (ma non prima!) svilupperà un vero e proprio articolo da questo dimostrativo, questo indice-soggetto non è presente.  Da osservare che, a differenza di quello che è documentato per l'antico egiziano e per il berbero, (15) l'eventuale articolo antichissimo proveniente da un dimostrativo avrebbe dovuto essere posposto.

3.2.2. Mancanza di un morfema di maschile
    Oltretutto, dovunque noi troviamo un dimostrativo (o indice-soggetto) femminile in dentale, va osservato che il maschile corrispondente si presenta altrettanto consistente dal punto di vista fonetico, (sem. *ya- , eg. p' , berb. (w)a ), e non si capisce perché invece il genere camito-semitico veda contrapposto un feminile marcato da una -t  e un maschile marcato solo dalla sua assenza, contrariamente all'ie. in cui la contrapposizione è tra il tema in -a:  e quello in -o .  Va detto che là dove l'opposizione è ridotta a due soli membri e non tre o più (così, p.es., in francese rispetto al latino) una tendenza universale all'economia tende a contrapporre una serie marcata ad una non marcata piuttosto che due serie ambedue marcate, per cui si può pensare ad un'usura fonetica facilitata da questa situazione binaria in cui mancava un neutro.

3.2.3.  Svariati valori di -t
    Quello che comunque più di ogni altro dato sembra scoraggiare un'analisi di tipo greenberghiano per il camito-semitico è il fatto che il valore semantico dei morfemi di femminile è tutt'altro che unitario, e sembrava determinato unicamente dalla base cui esso veniva affissato (Aspesi 1977 passim).  Assai esteso sembra in particolare il valore di plurale per questo morfema, che in questo caso ha dato luogo anche ad abbozzi di sistemi di "accordo" , come si vede nel caso dei numerali semitici (presenza obbligatoria di un solo morfema di plurale nel sintagma, vuoi nel nome, vuoi nel numerale) (16).  Davanti ad una situazione così complessa, viene da chiedersi addirittura se non si abbia a che fare con un fenomeno di omofonia acquisita da parte di morfemi un tempo di origine affatto eterogenea (si tenga presente il numero assai limitato di fonemi che rientrano nella morfologia semitica) (17).
    Comunque sia, sembra assodato che il valore primario di -t  affissata a basi aggettivali fosse quello di derivare nomi (astratti), e non "aggettivi riferiti a femmine", col che ogni analogia con la situazione dell'ie. e delle lingue studiate da Greenberg viene a farsi estremamente problematica.
    Più che a fenomeni di topicalizzazione, dovremmo allora pensare che l'instaurarsi dell'accordo abbia avuto luogo sulla base di altri procedimenti (18) , ancorché attualmente poco chiari.  Il recente contributo di Aspesi (1990) da una parte individua nell' "apparato formale dell'enunciazione" l'ambito privilegiato della nascita di una categoria maschile-femminile morfologicamente marcata, e dall'altra propone interessanti spunti di riflessione circa la nascita e l'estensione dell'accordo.  Secondo questo autore, non sarebbe l'esistenza di un accordo a definire le due classi di nomi che poi verranno considerate "maschili" e "femminili", ma sarebbe la nascita della categoria del genere (dovuta a fenomeni originariamente "allocutivi") a creare il senso dell'appartenenza degli aggettivi in -at  alla seconda classe, provocando così in un secondo momento la nascita dell'accordo.  Ciò verrebbe incontro alla constatazione di Meillet (1931: 11) che «si une catégorie peut durer longtemps sans avoir un sens, elle ne se crée pas sans que ce soit pour exprimer un sens défini» .  Per parte mia, senza volere negare l'esistenza di fenomeni allocutivi che possono avere determinato l'esplicitazione del sesso del locutore, osservo che ciò è probabilmente valido limitatamente alla creazione di quei morfemi in -i  o -ay  che storicamente si ritrovano nei pronomi e nel verbo, mentre non mi sembra molto verisimile immaginare che sulla sola scorta di questi fatti possa essere sorta l'attribuzione alla medesima categoria di "femminile" dei morfemi nominali in -at , in particolare per quel che riguarda le terminazioni dell'aggettivo.




RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI



NOTE
(1)  Non molto diversa è, sotto questo punto di vista, la situazione degli studi relativi al genere grammaticale nelle lingue indeuropee.
(2)  «How does a Language Acquire Gender Markers?», in: Universals of Human Language (a cura di J.H.Greenberg), vol. 3: Word Structure, Stanford: University Press, 1978, pp.47-82.
(3)   In particolare, l'ebraico per la dimostrazione dell'esistenza di fenomeni di "accordo" che prescindono da classi nominali (la ripetizione dell'articolo nel nome e nell'aggettivo), e l'aramaico per la nascita di marche nominali (in questo caso indifferenti al genere!) da antichi dimostrativi/articoli.
(4)  Fonte di equivoci e confusione è, a mio avviso, il fatto che Greenberg comprenda nella definizione di «sistemi a classi nominali», anche altri sistemi, come quelli «a classificatori numerali» o «a classificatori possessivi», in cui la ripartizione in classi non dipende dalla morfologia ma da fenomeni tutto sommato assai prossimi a quelli di accordo.  Sarebbe forse conveniente tenere separati questi sistemi raggruppandoli in un terzo tipo, in cui una sorta di accordo è alla base di una divisione del lessico, su basi non necessariamente morfologiche, pur non essendo esteso necessariamente a tutto il lessico (astratti non numerabili non compariranno mai con numeratore e classificatore, e lo stesso vale per i nomi suscettibili di possesso inalienabile, come le parti del corpo, che non richiedono classificatore in sintagmi possessivi) ed essendo limitato a determinati sintagmi (numerativi, possessivi, dimostrativi, ecc.).
(5)  Ricordo che col termine «genere» Greenberg intende quel tipo di classificazione presente nelle lingue che distinguono classi nominali dotate di «accordo» nel senso sopra esposto, indifferentemente dal numero di classi e dal loro valore semantico, e che in sostanza un «genere grammaticale» legato alla semplice distinzione maschile-femminile non si differenzia da tutti gli altri sistemi compresi in questa categoria se non per il numero ridotto di classi nominali e per il particolare valore semantico delle due classi in opposizione.  Ad esso Greenberg fa riferimento col termine «sex-gender system».
(6)  Greenberg, op.cit., p. 50.
(7) Sull'antico articolo del berbero rimando da ultimo a Vycichl 1989 e alla bibliografia ivi riportata.
(8) Originariamente ancora con valore dimostrativo/pronominale.
(9)  Meillet 1931, v. anche, tra l'altro, Martinet 1957.
(10)   Importante, benché forse in un'epoca ancora anteriore sembra essere stato anche il ruolo di alcuni nomi tra cui quelli di agente, per i quali veniva usata fin dall'antichità una terminazione *-ya:  [= *-yeH2;  al grado zero: *-iH2 > *-i: ], come dimostra l'accordo di due lingue agli estremi opposti dell'area indeuropea, il latino (p.es. masch. genitor, femm. genetr-i:-x ) e il sanscrito (p.es.: masch. janitar- , femm. janitr-i:- ).
(11)  Va comunque tenuta presente la possibilità che la «terminazione» -H2 comune a dimostrativi e nomi/aggettivi in , fosse essa stessa in origine un dimostrativo, logoratosi nel tempo (seguendo la trafila consueta: dimostrativo > articolo > marca nominale) e sostituito come dimostrativo da una forma nuova composta con esso (*s- + e[H2]).  In linea di principio l'ipotesi dell'esistenza di antichi «articoli» declinati sembrerebbe la più adatta a spiegare quel fenomeno di «concordanza» (nel senso sopra esposto) esistente tra nomi e aggettivi che richiedono lo stesso caso, anche là dove, come in ittito, un genere femminile non sembra ancora sviluppato.
(12)   Si vedano anche analoghe osservazioni dello scrivente, a proposito di un'altra questione, quella delle ricerche di T. Givón sull'ordine delle parole in semitico a partire dalla morfologia (Brugnatelli in stampa, passim  e § 1.1).
(13)   Cfr. da ultimo F. Aspesi, 1990.
(14)  Sulla relazione tra morfemi di genere e indici di terze persone verbali, cfr. in particolare Greenberg, op.cit., 75.
(15)   Su questa lingua, cfr. da ultimo Vycichl 1989
(16)  Cfr. Brugnatelli 1982
(17)  Aspesi 1977 b.  In epoca storica, p. es., è attestato un passaggio k  > t  nelle desinenze di prima persona singolare a suffissi del verbo (accad. pars-aku  ma ar. katab-tu ).
(18)  Aspesi 1977 a proponeva, p. es., di pensare a fenomeni di "imitazione" o "assonanza".