"Osservazioni sulla nascita del genere grammaticale
in camitosemitico"
Atti del Sodalizio Glottologico Milanese 30 (1988-89) [1992],
147-158
1. L' indagine tipologica.
1.1. Classi e genere.
2. La indagine di Greenberg.
2.1. L'articolo «non generico».
2.2. La nascita dell'accordo.
2.3. Nascita dei morfemi di classe.
3. La situazione camitosemitica e indeuropea.
3.1. Le lingue indeuropee
3.2. Le lingue camitosemitiche
3.2.1. Mancanza di pronomi corrispondenti ai morfemi
3.2.2. Mancanza di un morfema di maschile
3.2.3. Svariati valori di -t
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Seduta dell'8.5.1989
VERMONDO BRUGNATELLI
Osservazioni sulla nascita del genere grammaticale in camitosemitico
1. L' indagine tipologica
I numerosi studi fin qui esistenti sulla distinzione
dei generi nelle lingue camito semitiche si sono per lo più limitati
a cercare di determinare le circostanze che hanno dato luogo alla nascita
di questa categoria morfo-sintattica in tali lingue, senza però mai
spingersi ad affrontare in modo sistematico la questione in un quadro più
generale, che consideri anche altre famiglie linguistiche dotate di genere
grammaticale (1).
Manca quindi una "teoria generale" sulla tipologia della nascita di
differenti classi nominali (non necessariamente correlate al sesso ) caratterizzate
sia morfologicamente mediante morfemi in qualche modo omogenei sia sintatticamente
attraverso fenomeni di accordo (soprattutto nell'ambito dei determinanti del
nome, ma anche nel pronome e nel verbo). Una ripartizione dei sostantivi
in classi nominali è attestata in numerose lingue del mondo e si può
quindi pensare, almeno a livello di ipotesi di lavoro, che la loro origine
sia condizionate da un certo numero — limitato — di fattori, presenti in diverse
lingue e suscettibili di un'indagine tipologica che travalichi le singole
famiglie linguistiche.
Studi di tipologia del divenire linguistico dedicati
alla questione generale del modo in cui può avvenire l'estensione
delle marche morfologiche di genere all'interno dell'intero lessico di una
lingua si sono avuti solo di recente. Il contributo che fin qui appare
più significativo da questo punto di vista è stato fornito
da uno dei «padri» delle moderne ricerche di tipologia linguistica
finalizzate all'acquisizione di norme «universali»: Joseph H.
Greenberg (2).
Come vedremo, però, dal suo contributo emerge un quadro teorico che,
ancorché idoneo a spiegare nel modo più convincente numerosi
fenomeni di tante lingue del mondo, poco si presta ad essere applicato rigidamente
alle lingue camitosemitiche (ed anche, per la verità, a quelle indeuropee).
Tant'è vero che l'analisi è stata da lui condotta soprattutto
nell'ambito delle lingue africane (che spesso presentano complicati sistemi
di generi e di classi nominali), mentre è curioso come, nonostante
la contiguità geografica, le lingue camitosemitiche non sono state
utilizzate se non per esemplificare fenomeni diversi da quello della nascita
dei generi.(3)
Lo scopo principale di questa comunicazione è proprio quello di indagare
le differenze esistenti tra il modello teorico elaborato da Greenberg e la
situazione ricostruibile per le lingue camitosemitiche.
1.1. Classi e genere
Come premessa terminologica, ricordo innanzitutto
come, parlando di classi e generi nominali, si debbano tenere distinte due
situazioni tutto sommato diverse: quella in cui una lingua presenta classi
nominali morfologicamente distinte ma senza fenomeni sintattici di accordo
(«noun class systems», nella terminologia greenberghiana)(4),
e quella in cui invece, oltre alla ripartizione dei nomi tra varie classi,
esiste un accordo in base al quale la scelta di un nome appartenente ad una
data classe determini anche la scelta tra serie di forme alternative di morfemi
o di parole che a tale nome si riferiscono, p.es. articoli, dimostrativi,
aggettivi, pronomi indipendenti usati anaforicamente, indici pronominali-soggetto
incorporati nelle forme del verbo, ecc. (per Greenberg: «noun gender
systems»).
Non sempre questa distinzione teorica viene osservata
negli studi sulla nascita del genere, ma, come vedremo, si tratta di un punto
cruciale, anche perché il passaggio dall'una all'altra fase è
tutt'altro che automatico e scontato, e al riguardo la stessa indagine di
Greenberg finisce per lasciare un ampio spazio alle ipotesi indimostrate.
2. La indagine di Greenberg
Per entrare nel merito della ricerca, Greenberg
ha innanzitutto esaminato il processo di rideterminazione delle marche di
classe avvenuto o in palese corso di svolgimento in numerose lingue africane
dotate di generi. Successivamente le osservazioni fatte a proposito
di questi fenomeni di «rinnovamento» delle marche di genere in
alcune lingue africane, state estese ad altre lingue del mondo munite di classi
nominali e/o di genere grammaticale.
All'interno del gurma, sottogruppo della più vasta
famiglia delle lingue voltaiche, si presentano quattro tipi di situazione,
corrispondenti, assai verisimilmente, a quattro stadi di avanzamento di questo
fenomeno di rinnovamento delle marche di genere:
- Lingue che, come il moba, hanno solo suffissi di classe (punto
di partenza);
- Lingue, come il gurma, in cui la marca di classe può anche
comparire davanti al nome con un valore di articolo determinativo;
- Lingue, come il gangam, in cui questo articolo non ha solo valore
di articolo determinativo ma ha assunto anche altre funzioni, che Greenberg
denomina di articolo «non-generico»;
- Lingue, come l'akasele, in cui questo «articolo» si è
finalmente saldato al nome, dando luogo a marche di genere sia pre- che
suffissali (punto di arrivo dell'evoluzione).
Si può quindi tracciare una linea evolutiva che
dall'assenza di marche di genere (1) va alla nascita di un articolo (2), alla
sua progressiva estensione in usi «non generici» (3) ed infine
alla nascita di vere marche di classe (4).
2.1. L'articolo «non generico»
La fase forse più interessante è quella
dell'articolo «non generico», che comprende, oltre ai contesti
in cui il nome è definito, anche quei casi in cui si fa riferimento
ad un nome specifico, per cui però l'italiano o l'inglese userebbero
un articolo indefinito, p.es. in frasi del tipo sto cercando un libro
(intendendo un libro specifico, che io ho in mente, non un libro in generale,
piuttosto, p.es. di un altro oggetto). Benché oscillanti nelle
diverse lingue che se ne servono, gli usi di questo articolo «non generico»
testimoniano di una graduale estensione dell'articolo ad un numero sempre
più ampio di contesti, che ha luogo a spese del valore di definitezza
dell'articolo stesso, cosicché a lungo andare questo antico articolo
finisce per trasformarsi in una marca nominale obbligatoria in ogni contesto
e priva di qualunque valore di definitezza.
Dopo avere osservato che fenomeni analoghi hanno luogo
in altre lingue africane anche per rinnovare marche di genere prefissali con
marche suffissali o pre-prefissali ecc., Greenberg osserva che:
"A priori non c'è motivo
perché il processo attraverso il quale un articolo diventa una marca
nominale debba limitarsi a lingue del gruppo Niger-Congo. In secondo
luogo, non c'è motivo perché ciò debba aver luogo solo
in sistemi di generi che non comprendono il sesso come base semantica per
il genere.(5)
In terzo luogo, è evidente che il processo non deve per forza limitarsi
al rinnovamento di marche di genere, ed essere quindi ristretto a lingue che
già possiedono marche di genere evidenti (...). In quarto luogo, come
vedremo, non vi è motivo neppure perché questo processo sia
ristretto a lingue già dotate di una qualsivoglia classificazione di
generi" (p.58).
Sulla base di queste ipotesi di lavoro, Greenberg analizza
la situazione di numerose lingue al di fuori dei gruppi da cui era partito,
trovando la conferma della possibilità di stabilire un «tipo»
di nascita di morfemi di genere nel nome a partire da un articolo, e prima
ancora da un dimostrativo («stadio zero» del processo).
Il processo, del tutto analogo a quello esaminato a proposito del «rinnovamento»
dei morfemi in lingue che già possedevano una distinzione dei generi,
prevede così uno «stadio I» con nascita dell'articolo;
uno «stadio II» con progressiva estensione degli usi di questo
articolo (articolo «non generico»), e infine uno «stadio
III» con la scomparsa pressoché totale delle forme prive di «articolo»
e il suo scadimento a semplice marca nominale obbligatoria e distintiva di
tante diverse classi nominali quante erano le forme di «articolo»
degli stadi precedenti.
2.2. La nascita dell'accordo
Ricavata in questo modo una sequenza abbastanza plausibile
e documentata di passaggi «obbligati» nella nascita ed evoluzione
di una distinzione morfologica di diverse classi nominali, resta da stabilire
le possibili modalità di evoluzione dei fenomeni di «accordo».
Ovviamente, l'indagine su fatti sintattici —come l'accordo nel genere— è
assai meno agevole e deve lasciare molto più spazio alle ipotesi di
quella su fatti morfologici: di questi ultimi solitamente rimangono tracce
evidenti, mentre sono rari i casi in cui si riesca a trovare solidi indizi
relativi a fenomeni sintattici (perlopiù in casi di cristallizzazione
e introduzione nella morfologia di antichi costrutti sintattici).
Anche per la nascita dell'accordo un ruolo decisivo sembra
essere svolto dai dimostrativi/pronomi di terza persona (a volte anche dagli
indici di persona incorporati nel verbo, circostanza che può forse
rivelarsi di una certa importanza, come vedremo più avanti a proposito
del genere nelle lingue semitiche). Senza entrare nel dettaglio
come nello studio della nascita delle classi nominali, Greenberg si limita
a rilevare che è una costante tendenza dei dimostrativi quella di produrre
fenomeni di «concordanza». E' opportuno
qui ricordare l'importante distinzione che Greenberg opera tra concord
(per cui io adotto come equivalente italiano "concordanza"), e agreement
("accordo" propriamente detto). Solo quest'ultimo è il termine che
descrive la situazione dei generi nominali, per i quali vi è una scelta
determinata dalla classe cui appartiene il nome reggente; viceversa una semplice
concordanza (= estensione a due o più elementi di uno stesso trattamento
sintattico) può aver luogo senza l'esistenza di classi nominali, per
esempio là dove vi siano dei sostantivi declinati che richiedano aggettivi
nello stesso caso (cfr. ungherese eb-ben a kert-ben "in questo
giardino", in cui sia eb- "questo" sia kert- "giardino"
sono al locativo).(6)
Se il dimostrativo da cui parte il processo non è distinto in base
a categorie semantiche, come nel caso dell'«articolo» ebraico
o arabo, avremo fenomeni di semplice «concordanza» (nel senso
sopra descritto), p. es. ebr. ha-yyeled ha-t't'ov "il bravo ragazzo",
lett. "il ragazzo, il bravo". Dove invece il dimostrativo è
differenziato secondo i generi, avremo la nascita di un vero e proprio «accordo»,
p. es. berbero ta-funast ta-mghart "la/una vecchia mucca"
[< "(la) mucca (la) vecchia" (qui siamo già alla fase III senza
più connotazioni di determinatezza per l'«articolo»(7))]
che si contrappone a a-funas a-mghar "il/un vecchio bue"
[< "(il) bue (il) vecchio"]. E' evidente in entrambi i casi che questi
fenomeni nascono da fatti di topicalizzazione, messa in rilievo, cioè,
di un elemento noto (il sostantivo), con sua ripresa da parte di un dimostrativo:
"il bue, quello vecchio". E' così che i dimostrativi/marche di
genere vengono estesi anche agli aggettivi, ma un fenomeno analogo può
avvenire anche con i verbi, da topicalizzazioni come quelle che troviamo nei
dialetti italiani settentrionali, tipo la Violetta, la (8) va
e risp. el va, el birocc , da cui si sono originate vere e proprie
forme verbali distinte secondo i generi el va / la va
(v. più avanti a proposito della situazione delle lingue semitiche).
2.3. Nascita dei morfemi di classe
Per concludere, Greenberg pone il problema di come, in
ultima analisi, si possa spiegare la nascita, all'interno dei dimostrativi,
di differenziazioni morfologiche correlate a differenziazioni semantiche.
Anche in questo caso l'indagione è volutamente limitata a pochi cenni.
Basandosi su suoi precedenti studi egli si limita a constatare l'importanza
che possono avere assunto in questo contesto antichi «classificatori»,
elementi grammaticali caratteristici dei sintagmi numerativi in molte lingue
del mondo, tra cui oggi il cinese e molte lingue del sud-est asiatico. Si
tratta di antichi nomi, spesso svuotati di valore autonomo e ridotti ad una
presenza obbligatoria tra il numerale e ciò che viene contato. Essi
presentano una spiccata tendenza ad estendere il proprio uso applicandosi
in primo luogo anche ai dimostrativi, fondendosi poi con essi.
E' forse a fenomeni di questo tipo che si può imputare la nascita di
dimostrativi connotati semanticamente, non solo per le categorie "maschile"
/ "femminile", ma anche secondo diversi altri criteri.
3. La situazione camitosemitica e indeuropea
Il tentativo di applicare agli ambiti indeuropeo e camitosemitico
le generalizzazioni sopra riportate, ricavate da Greenberg in ambito africano,
appare piuttosto problematico. Allo stato attuale degli studi, in nessuna
di queste due famiglie linguistiche sembra a prima vista possibile ricostruire
fasi con antichi dimostrativi/articoli agglutinati ai nomi e divenuti marche
di classe, successivamente integrate in un sistema di generi con l'instaurarsi
di fenomeni di accordo dati da morfemi discontinui costituiti sostanzialmente
da ripetizioni degli stessi dimostrativi/articoli.
3.1. Le lingue indeuropee
A dire il vero, a differenza del camitosemitico, l'indeuropeo
sembra prestare qualche appiglio alle teorie greenberghiane, dal momento che
è diffusa la convinzione che proprio nei dimostrativi stia il punto
di partenza dell'innovazione del genere grammaticale in questa famiglia linguistica.
A partire dagli studi di Meillet, (9) si ritiene infatti probabile che la distinzione
di maschile e femminile attuata nei dimostrativi con la contrapposizione
di un tema in -o e di uno in -a: [< *eH2]
(qualcosa come nom. *so / *sa: , acc. *tom / *ta:m
) abbia potuto fornire lo spunto per un'estensione della distinzione dapprima
agli altri pronomi, e successivamente agli aggettivi, alcuni dei quali («di
valore astratto, come quelli significanti "uno", "intero", "stesso"»
) possedevano già una declinazione di tipo pronominale. (Un
ruolo importante nell'attribuzione ad -a: di un valore specificamente
femminile sembra rivestito dal nome indeuropeo della "donna", gr. gyné:
[genitivo gynaikós], aat. quena , ecc., che pur non appartenendo
alla categoria dei temi in -a: , pure al nominativo doveva avere una
forma che terminava in -a: ).(10)
Rispetto alla ipotesi di Greenberg l'ie. presenta dunque
una leggera differenza in questo senso: che l'estensione della distinzione
dei generi nelle parti del discorso diverse dai dimostrativi non sembra aver
avuto luogo in base a agglutinazione dei dimostrativi stessi bensì
in base a un semplice rimodellamento analogico.(11)
Viene alla luce in questo modo uno dei principali difetti delle indagini che
soprattutto negli ultimi tempi si propongono di ricostruire arcaiche condizioni
sintattiche sulla base della morfologia storicamente attestata: una visione
eccessivamente meccanicistica, per cui si immagina che ogni affisso debba
sempre provenire da agglutinazione di elementi un tempo indipendenti(12).
In realtà, la storia linguistica è ricca di esempi di
fenomeni analogici che hanno fornito affissi senza passare attraverso stadi
agglutinanti. Tanto per fare un esempio, sempre all'interno delle lingue
indeuropee, ricorderò solo il notevole influsso che la declinazione
pronominale ha spesso esercitato su quella nominale, con la creazione, p.
es., di nominativi plurali in -oi nei temi in -o in
luogo delle forme "regolari" in *-o:s, senza che vi sia mai stata agglutinazione
di un pronome *toi.
Per il resto, quanto all'instaurarsi dell'accordo, è
altamente probabile che l'indeuropeo procedesse proprio ad estensioni in usi
non marcati di forme originariamente topicalizzate (come * sa: gwna:
< * sa: , gwna: "celle-là,
la femme": Martinet 1957, 93), in piena rispondenza con le ipotesi di Greenberg.
3.2. Le lingue camitosemitiche
Se per l'ie. si può pensare a una semplice messa
a fuoco da apportare alla teoria di Greenberg sulla nascita del genere grammaticale,
la situazione delle lingue camito-semitiche è assai più difficilmente
conciliabile con essa, e solo ulteriori indagini permetteranno di stabilire
se ciò sia dovuto a particolari fatti di questa famiglia che hanno
portato ad offuscare un processo di validità generale, o se invece
si debba postulare un secondo tipo di evoluzione, differente da quello di
Greenberg.
Premettendo di non sentirmi ancora in grado di fornire
una risposta decisa a questi interrogativi, elencherò qui le maggiori
difficoltà che si riscontrano nel confrontare la situazione cam.-sem.
con quella "ideale" di Greenberg.
3.2.1. Mancanza di pronomi corrispondenti ai morfemi
Innanzitutto, è da notare come in tutta l'area
semitica manchi un pronome corrispondente al morfema di femminile in dentale.
Là dove una distinzione dei generi viene espressa in ambito pronominale,
la più antica forma femminile sembra essere marcata piuttosto da una
terminazione -i / -ay .(13) Morfemi
in -t affissi ai pronomi sembrano per lo più dar luogo
ad una declinazione e segnalare l'accusativo (cfr. shua:ti ,
ecc.) Se si volesse seguire a tutti i costi un'ipotesi conforme alla
trafila greenberghiana si potrebbe pensare che un antico pronome "femminile"
*ta sia stato perduto dalle lingue semitiche (ma non dall'egiziano,
dal berbero e da qualche lingua cuscitica come il begia), rimanendo visibile
nell'indice di terza persona femminile a prefissi (*ta- ) (14).
E' curioso che proprio in antico egiziano, che a partire dal secondo millennio
(ma non prima!) svilupperà un vero e proprio articolo da questo dimostrativo,
questo indice-soggetto non è presente. Da osservare che, a differenza
di quello che è documentato per l'antico egiziano e per il berbero, (15)
l'eventuale articolo antichissimo proveniente da un dimostrativo avrebbe dovuto
essere posposto.
3.2.2. Mancanza di un morfema di maschile
Oltretutto, dovunque noi troviamo un dimostrativo (o
indice-soggetto) femminile in dentale, va osservato che il maschile corrispondente
si presenta altrettanto consistente dal punto di vista fonetico, (sem. *ya-
, eg. p' , berb. (w)a ), e non si capisce perché invece
il genere camito-semitico veda contrapposto un feminile marcato da una -t
e un maschile marcato solo dalla sua assenza, contrariamente all'ie. in cui
la contrapposizione è tra il tema in -a: e quello in -o
. Va detto che là dove l'opposizione è ridotta a due
soli membri e non tre o più (così, p.es., in francese rispetto
al latino) una tendenza universale all'economia tende a contrapporre una
serie marcata ad una non marcata piuttosto che due serie ambedue marcate,
per cui si può pensare ad un'usura fonetica facilitata da questa situazione
binaria in cui mancava un neutro.
3.2.3. Svariati valori di -t
Quello che comunque più di ogni altro dato sembra
scoraggiare un'analisi di tipo greenberghiano per il camito-semitico è
il fatto che il valore semantico dei morfemi di femminile è tutt'altro
che unitario, e sembrava determinato unicamente dalla base cui esso veniva
affissato (Aspesi 1977 passim). Assai esteso sembra in particolare
il valore di plurale per questo morfema, che in questo caso ha dato luogo
anche ad abbozzi di sistemi di "accordo" , come si vede nel caso dei numerali
semitici (presenza obbligatoria di un solo morfema di plurale nel sintagma,
vuoi nel nome, vuoi nel numerale) (16). Davanti ad una situazione così
complessa, viene da chiedersi addirittura se non si abbia a che fare con un
fenomeno di omofonia acquisita da parte di morfemi un tempo di origine affatto
eterogenea (si tenga presente il numero assai limitato di fonemi che rientrano
nella morfologia semitica) (17).
Comunque sia, sembra assodato che il valore primario
di -t affissata a basi aggettivali fosse quello di derivare nomi
(astratti), e non "aggettivi riferiti a femmine", col che ogni analogia con
la situazione dell'ie. e delle lingue studiate da Greenberg viene a farsi
estremamente problematica.
Più che a fenomeni di topicalizzazione, dovremmo
allora pensare che l'instaurarsi dell'accordo abbia avuto luogo sulla base
di altri procedimenti (18) , ancorché attualmente poco chiari.
Il recente contributo di Aspesi (1990) da una parte individua nell'
"apparato formale dell'enunciazione" l'ambito privilegiato della nascita di
una categoria maschile-femminile morfologicamente marcata, e dall'altra propone
interessanti spunti di riflessione circa la nascita e l'estensione dell'accordo.
Secondo questo autore, non sarebbe l'esistenza di un accordo a definire
le due classi di nomi che poi verranno considerate "maschili" e "femminili",
ma sarebbe la nascita della categoria del genere (dovuta a fenomeni originariamente
"allocutivi") a creare il senso dell'appartenenza degli aggettivi in -at
alla seconda classe, provocando così in un secondo momento
la nascita dell'accordo. Ciò verrebbe incontro alla constatazione
di Meillet (1931: 11) che «si une catégorie peut durer longtemps
sans avoir un sens, elle ne se crée pas sans que ce soit pour exprimer
un sens défini» . Per parte mia, senza volere negare l'esistenza
di fenomeni allocutivi che possono avere determinato l'esplicitazione del
sesso del locutore, osservo che ciò è probabilmente valido
limitatamente alla creazione di quei morfemi in -i o -ay
che storicamente si ritrovano nei pronomi e nel verbo, mentre non mi
sembra molto verisimile immaginare che sulla sola scorta di questi fatti
possa essere sorta l'attribuzione alla medesima categoria di "femminile"
dei morfemi nominali in -at , in particolare per quel che riguarda
le terminazioni dell'aggettivo.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
- Francesco Aspesi, 1977a: La
distinzione dei generi nel nome antico-egiziano
e semitico, Firenze: La Nuova Italia
- ––– , 1977b: «Sistema fonematico "complessivo"
e sistemi fonematici "morfologici": un'interpretazione di alcuni fatti semitici»,
AION 37/4, 393-401
- ––– , 1990: «Genre des noms et genre des morphèmes
personnels en chamito-sémitique», in: H.G. Mukarovski (ed.),
Proc. 5th Intern. Hamito-Semitic Congress 1987, vol. I, Wien, pp.
11-28
- Joseph H. Greenberg, 1978: «How does a Language Acquire
Gender Markers?», in J.H.Greenberg (ed.), Universals of Human Language
vol. 3: Word Structure, Stanford: University Press, 47-82.
- André Martinet, 1957 «Le genre féminin
en indo-européen: examen fonctionnel du problème», BSL
52, 83-95
- Antoine Meillet, 1931 «Essai de chronologie des langues
indo-européennes», BSL 32, 1-28
- Werner Vicychl, 1989: «Article défini»,
Encyclopédie berbère, fasc. 6, 939-940
NOTE
(1) Non molto diversa
è, sotto questo punto di vista, la situazione degli studi relativi
al genere grammaticale nelle lingue indeuropee.
(2) «How does
a Language Acquire Gender Markers?», in: Universals of Human Language
(a cura di J.H.Greenberg), vol. 3: Word Structure, Stanford: University
Press, 1978, pp.47-82.
(3) In particolare,
l'ebraico per la dimostrazione dell'esistenza di fenomeni di "accordo" che
prescindono da classi nominali (la ripetizione dell'articolo nel nome e nell'aggettivo),
e l'aramaico per la nascita di marche nominali (in questo caso indifferenti
al genere!) da antichi dimostrativi/articoli.
(4) Fonte di equivoci
e confusione è, a mio avviso, il fatto che Greenberg comprenda nella
definizione di «sistemi a classi nominali», anche altri sistemi,
come quelli «a classificatori numerali» o «a classificatori
possessivi», in cui la ripartizione in classi non dipende dalla morfologia
ma da fenomeni tutto sommato assai prossimi a quelli di accordo. Sarebbe
forse conveniente tenere separati questi sistemi raggruppandoli in un terzo
tipo, in cui una sorta di accordo è alla base di una divisione del
lessico, su basi non necessariamente morfologiche, pur non essendo esteso
necessariamente a tutto il lessico (astratti non numerabili non compariranno
mai con numeratore e classificatore, e lo stesso vale per i nomi suscettibili
di possesso inalienabile, come le parti del corpo, che non richiedono classificatore
in sintagmi possessivi) ed essendo limitato a determinati sintagmi (numerativi,
possessivi, dimostrativi, ecc.).
(5) Ricordo che col
termine «genere» Greenberg intende quel tipo di classificazione
presente nelle lingue che distinguono classi nominali dotate di «accordo»
nel senso sopra esposto, indifferentemente dal numero di classi e dal loro
valore semantico, e che in sostanza un «genere grammaticale» legato
alla semplice distinzione maschile-femminile non si differenzia da tutti
gli altri sistemi compresi in questa categoria se non per il numero ridotto
di classi nominali e per il particolare valore semantico delle due classi
in opposizione. Ad esso Greenberg fa riferimento col termine «sex-gender
system».
(6) Greenberg, op.cit.,
p. 50.
(7) Sull'antico articolo
del berbero rimando da ultimo a Vycichl 1989 e alla bibliografia ivi riportata.
(8) Originariamente ancora
con valore dimostrativo/pronominale.
(9) Meillet 1931,
v. anche, tra l'altro, Martinet 1957.
(10) Importante,
benché forse in un'epoca ancora anteriore sembra essere stato anche
il ruolo di alcuni nomi tra cui quelli di agente, per i quali veniva usata
fin dall'antichità una terminazione *-ya: [= *-yeH2;
al grado zero: *-iH2 > *-i: ],
come dimostra l'accordo di due lingue agli estremi opposti dell'area indeuropea,
il latino (p.es. masch. genitor, femm. genetr-i:-x ) e il sanscrito
(p.es.: masch. janitar- , femm. janitr-i:- ).
(11) Va comunque
tenuta presente la possibilità che la «terminazione» -H2
comune a dimostrativi e nomi/aggettivi in -î, -â
fosse essa stessa in origine un dimostrativo, logoratosi nel tempo (seguendo
la trafila consueta: dimostrativo > articolo > marca nominale) e sostituito
come dimostrativo da una forma nuova composta con esso (*s- + e[H2]).
In linea di principio l'ipotesi dell'esistenza di antichi «articoli»
declinati sembrerebbe la più adatta a spiegare quel fenomeno di «concordanza»
(nel senso sopra esposto) esistente tra nomi e aggettivi che richiedono lo
stesso caso, anche là dove, come in ittito, un genere femminile non
sembra ancora sviluppato.
(12) Si vedano
anche analoghe osservazioni dello scrivente, a proposito di un'altra questione,
quella delle ricerche di T. Givón sull'ordine delle parole in semitico
a partire dalla morfologia (Brugnatelli in stampa, passim e §
1.1).
(13) Cfr.
da ultimo F. Aspesi, 1990.
(14) Sulla relazione
tra morfemi di genere e indici di terze persone verbali, cfr. in particolare
Greenberg, op.cit., 75.
(15) Su questa
lingua, cfr. da ultimo Vycichl 1989
(16) Cfr. Brugnatelli
1982
(17) Aspesi 1977
b. In epoca storica, p. es., è attestato un passaggio
k > t nelle desinenze di prima persona singolare
a suffissi del verbo (accad. pars-aku ma ar. katab-tu
).
(18) Aspesi 1977
a proponeva, p. es., di pensare a fenomeni di "imitazione" o "assonanza".